Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero alcuni scrittori ragionati un'harem dei moderni sacerdoti di Venere e Bacco, che per isventura d'Italia governano Roma.

Il lettore ricorderà che nella notte dell'auto-da-fè dei confessionali il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.

Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza. L'antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell'ufficiale di guardia.

Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro Martino Franchi, che Zambianchi accusava d'aver lasciato fuggire il sorcio.

Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.

Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì propizia occasione, per conoscere i segreti d'un convento da donna: poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l'avea tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo malefico tentatore),—i quattro amici dunque s'avanzarono verso il portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso d'innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il firmamento. Al chiarore dell'apertura del portone i pipistrelli schifosi svolazzavano nell'oscuro spazio, ed alcuni avean profittato del momento per sprigionarsi e solcare l'atrio colonnato del convento.

Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena movevasi dall'immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente roditore dovevasi certamente la diminuita quantità di scheletri esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.

Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte senza pericolo, agevole ne diventava l'esecuzione.—Tanto più frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.

Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi¹, sotto le chiese, sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate nel tuffo.

¹ Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle femmine.