Che amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando
Depose in grembo a Venere celeste.

(Foscolo).

Sacerdotessa dell’amore! Immagine squisita dell’Infinito[42]—se l’Infinito potesse avere un’immagine! Capo d’opera dell’umana famiglia ed educatrice che ingentilisce questa rozza creta!—e che sarebbe senza di te il mondo, o donna? il mondo sconoscente a tanta grandezza dell’essere tuo? E tu!..... sciagurata nella tua bellezza, o dominatrice? Ingrata alla prodiga di te innamorata natura—ti prostri ai piedi d’un rettile ed a lui sacrifichi patria, marito, figlio, e sovente diventi una prostituta negli amplessi avvelenati del tentatore! Tale,—o donna,—del prete!

E tale fu la contessa Virginia N... precipitata nella via di perdizione dal gesuita Corvo.—Bella, spiritosa, piena di nobili sensi; da giovinetta essa era una delle più splendide e preziose fra le bellissime figlie di Roma, e perciò condannata nella corruttissima metropoli alle brame disoneste dei porporati.

Da quel giorno la venustà della contessa appassiva come il fiore sullo stelo al soffio malefico dello scirocco.

Era ancor bella nei tempi da noi descritti, e felice il mortale che n’era beato d’un sorriso, ma le sue guance eran pallide, le una volta folgoranti sue luci eran languide, ed ogni atto della vezzosa persona, portava l’impronta del tedio, e segnava le tempeste della travagliata anima sua.

Amore! quell’amore celeste che innalza la creatura al disopra delle sozzure umane, che la spinge all’eroismo, che la santifica! essa lo presentiva, ma il serpe che l’avea tentata, sedotta, trascinata nel fango, l’avea bensì ingolfata nella lussuria di godimento brutale, ma il chercuto non era stato capace d’infondere la celeste scintilla. E come l’avrebbe potuto un prete? Un prete, la di cui esistenza s’inizia colla menzogna, segue con essa irrevocabilmente e col delitto, e termina finalmente col sacrilegio!

Povera giovine! inaridita nell’alba della sua vita ogni fonte della poesia, dell’ideale umano, l’essere avea perduto ogni dolcezza per lei, e le diventava ognor più insopportabile! Di natura forte, capace di generosi propositi, ad essa veniva sovente la smania di togliersi la vita.

Essa avea creduto di amare il Corvo da principio, quando ingannata, era stata involta nell’atroce setta, ove le furon strappati terribili giuramenti.—Ma progredendo nella vita, potendo per sè stessa apprezzare tutte le nefandezze loiolesche, e l’indole profondamente scellerata del suo seduttore, sparivano le illusioni usate per ammaliarla, e l’ardore con cui avea servito la nera falange, cambiossi a poco a poco in odio mortale.

Un giorno degli ultimi d’agosto del 60 l’atmosfera insalubre di Roma s’era impregnata di sì letale umore da farti cercare un ricovero e fuggire da quella pestilenza.—Gli affaccendati correvan per le strade scappellati, fiatando davanti a loro come in cerca d’aria più pura, e correvan sollecitando i proprii affari per presto giungere in casa e ripararsi dall’afa micidiale. Degli sfaccendati non ne scorgevi, essi eran nascosti nel più recondito dei loro palazzi, ordinando l’ermetica chiusura delle imposte e assaporando sorbetti ghiacciati, chè ogni altro appetito era scomparso.