Eran le 4 pomeridiane, e dall’Apennino si scorgeva innalzarsi quel tetro, plumbeo, intenso nembo, precursore infallibile della tempesta.—E per minacciosa e terribile che fosse questa, essa era inferiore alla densa tempesta che travagliava l’anima della contessa.—Tutti avean chiuse le imposte, ed essa aprì quelle della sua stanza da letto, guardando a levante, cioè verso il nembo.

Tutti fuggivano dall’imminente temporale che si faceva minacciosissimo, e dall’afa. A lei le strade deserte, i lampi che già cominciavano a solcare il firmamento, i tuoni che già rimbombavano, e lo stato orribile del suo cuore, mossero la voglia di uscire al passeggio.

Da molto tempo sdegnando le femminili eleganze, essa raccolse in una reticella una bellissima chioma, si avvolse in un ampio sciallo, e accompagnata da una sola fantesca, s’incamminò quasi fuggendo la foga dei pensieri che la torturavano.

Il palazzo della contessa Virginia N... era occupato da essa e dalla madre attempata e bachettona, con numerosa servitù, giacchè la nostra eroina non solo apparteneva a cospicua famiglia, ma ricchissima, uno dei motivi principali delle sollecitudini degli avoltoi del sanfedismo.—Codesto superbo edifizio, come lo sono generalmente i palazzi del patriziato romano, ergevasi sontuoso sulla piazza S. Grisogono in Trastevere (non so ove diavolo i chercuti abbiano dissotterrato questo santo: sarà senza dubbio qualche parente di quel Griso che arrestò D. Abbondio).

La contessa uscì dal portone marmoreo della sua abitazione, ed avviossi celere per la Longaretta verso il Tevere a Ponte Rotto.—A quel ponte, metà in ferro, trovansi generalmente dei navicelletti; essa accennò ad un barcaiuolo conosciuto, ed avvicinata la barca alla sponda vi discese dentro frettolosamente indicando all’uomo coll’indice «in giù».

La fantesca, amante della sua signora, non l’aveva veduta sì agitata giammai;—e quando il nocchiero disse alla padrona «Guardi, signora, che noi presto avremo una tempesta», la ragazza in atto supplichevole la guardò, senza ardire di articolar una parola, con tanta eloquenza negli occhi da impietosire uno scarafaggio.

La contessa però, come abbiam veduto, era buona e generosa, ma altiera ed ostinata nelle sue risoluzioni, quasi avesse ereditato il carattere delle antiche matrone di Roma;—essa non manifestò dispetto impaziente, ma il suo silenzio equivaleva a un comando.

Il motivo della passeggiata era per distrarsi, per fuggire ai rimorsi della solitudine—e chi sa non balenasse nella mente della bella infelice il pensiero della distruzione!

Il nembo da levante s’era limitato a qualche grosso gocciolone di pioggia, e siccome a quella direzione il vento veniva a traverso del fiume, poca agitazione vi aveva suscitato;—comunque come negli uragani, il forte del temporale, dopo d’aver girato i tre quarti della bussola, erasi spaventosamente condensato a libeccio, e da quella parte scatenò una bufera..... una bufera da far impallidire il più coraggioso navigatore.

Colla direzione da libeccio, il vento incontravasi e contrastava colle onde veloci del Tevere, scorrendo in una direzione opposta, e coll’urtarsi innalzavano marosi tali da non cederla ai rabbiosi ruggiti e sconvolgimenti di Scilla e Cariddi.