Manlio, il nocchiero della Contessa, che tale si stimava, avendola servita in ogni circostanza e sin da bambina, aveala prevenuta della tempesta e del pericolo, ma siccome è solito negli uomini coraggiosi di ripugnare nel mostrar paura, così il valoroso nauta mordevasi le labbra, ma non ardiva più consigliare la distratta signora.

Si era giunti alle rovine dell’antico ponte Sublicio, pur non volendo pericolare la vita e quella della generosa protettrice, Manlio cercò di ripararsi dalla bufera nell’angolo formato da una pila del ponte e dalla sponda destra del Tevere.—Poveraccio! ei non calcolò che riparato dal soffio impetuoso dell’ostro, la corrente del fiume padroneggerebbe il leggero palischermo sì, da spingerlo con violenza fuori della pila, e quindi nell’urto rabbioso dell’onda tra i marosi ed il Tevere ambi accaniti ad infrangersi, piuttosto di cedere il passo. Appena la barchetta incontrossi in quel frangente, non fu più possibile a Manlio di governarla, e presentando essa il traverso alle onde fu in un momento sommersa.

Il nocchiero coraggioso come lo sono generalmente la gente di mare, lanciossi al soccorso della Contessa, ma Lisa, la fantesca, gli vietò il successo di tale generosa risoluzione, abbrancandosi in modo al corpo di Manlio da non poter esserne staccata da forza umana. Poverina! essa amava molto la buona padrona, e forse in altra circostanza avrebbe rischiato la propria vita per salvarla, ma qui il caso era troppo terribile e al disopra del coraggio e del sangue freddo della giovinetta avvolta in tali frangenti, e da far raccapricciare i marini più valorosi. Il fatto sta che Manlio e Lisa in un solo gruppo nuotarono nei gorghi del fiume, scomparendo e ricomparendo alla superficie in modo lamentevole e fatale.

Alla Contessa vi volle la catastrofe, la freschezza dell’onda ed il prospetto della morte, per distrarla dallo stato di disperato stupore e maledizione della vita in cui l’avevano immersa i ministri del demonio.

Essa mai disse se si pentiva in quel momento d’aver abbandonato la casa materna, e cercato il pericolo e la morte;—e dall’abbandono, dalla rassegnazione con cui essa si avvolse nel suo sciallo, e si abbandonò all’orrendo suo fato, senza un grido od uno sforzo per salvarsi, si poteva congetturare, esser essa disposta a finire una sventurata esistenza.

Ma non era giunta l’ora finale della bella infelice. Mentre travolta nei gorghi, la sua salma ora abbandonata ai capricci dei flutti, ed il suo spirito forse già rivolgevasi a quell’Infinito che tutto racchiude, e che probabilmente tutto regge—quell’Infinito da sostituirsi ragionevolmente alle menzogne dei preti, il di cui culto può solo, propagato dalla scienza, illuminare ed affratellare tutte queste razze d’insetti che brulicano sulla superficie d’uno dei mondi minori—in quel mentre, dico, una mano d’acciaio la stringeva sul destro braccio e la sollevava come una bambina dall’onda, per riposarla sul marciapiede d’una scalinata di granito alla sponda destra dei Tevere.

Nel forte della tempesta, quel sito era rimasto deserto, ma siccome i nembi estivi non sono durevoli, presto la calma successe al temporale, e la gente ricominciò a circolare anche nel luogo della catastrofe; per cui la bella naufraga fu presto trasportata al coperto.

La prima casa vicina accolse la vezzosa svenuta, ed alcuni cordiali la resero alla vita.—Un giovane di marziali fattezze stava al suo capezzale, e per sorte, nella folla che circondava il suo letto, colui fu il primo su cui fissaronsi gli occhi della contessa quando tornò in sè. Aprir gli occhi, fissarli sul suo salvatore, scuotersi e tentar di spingersi verso di lui, fu tutto un momento. E chi avea detto alla sedotta dal gesuita che colui l’avea tratta dall’onda, da morte certa, col pericolo della propria vita? L’avea essa scorto mentre travolta nei frangenti? Impossibile! O forse quella corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote degli umani, di cui ci narra Foscolo, avea penetrato, o trovavasi senza dubbio nell’anima della sventurata nobile romana?—Forse in quei sogni di felicità che cullano ogni creatura, essa avea sognato, veduto nel delirio della immaginazione esaltata, tale bellissima e fiera figura, e s’era fatto un idolo di colui che ora è realmente davanti ad essa?

Comunque, quando Muzio (perchè altro non era che il nostro prode romano) fu certo che la donna salvata era fuori di pericolo, e si mosse verso la porta della stanza per partire, la contessa lo seguì cogli occhi, e vi volle tutta la verecondia femminile perchè non chiamasse e non scongiurasse a stare presso a lei il suo salvatore. L’arrivo di Lisa, salvata anch’essa dal coraggioso Manlio, ed in uno stato consimile a quello della sua signora, contribuì pure a distrarre ognuno dalla scena descritta. Da quel momento l’esistenza della contessa fu completamente trasformata. La lacuna la più interessante della vita donnesca s’era riempita, le brutali libidini gesuitiche caddero davanti all’amore celeste suscitato in lei da un uomo. Sì, da un uomo, e non da un gesuita, da un sacerdote della menzogna! E dico suscitato, e non creato, perchè quel celeste, amoroso senso esiste nell’anima nostra, se coltivato, se spinto verso la sua natura gentile, ma viene deviato, prostituito, distrutto, quando la graziosa creatura cade sotto il soffio appestato del tentatore.

Il nuovo stato dell’anima sua contribuì non poco a ristabilirla. Essa smaniava di trovarlo, di vederlo, di saper chi era il suo liberatore; quella bella bronzata, maschia sua fisonomia che dovea certamente albergare l’anima d’un generoso, d’un eroe! tale come lo aveva veduto sognando.