Tiranni e preti, conventi e carceri, carceri e sgherri, vi è tale affinità di famiglia tra cotesti flagelli del genere umano, da non distinguerli, e da considerarli la stessa emanazione dell’inferno.

La portinaia del convento era stata forse più sollecita del solito, per trovarsi così prontamente alla chiamata di M. di Pantantrac, e la causa n’era uno stretto colloquio tra essa e un sergente de’ birri, di guardia negli orti francescani, al momento di detta chiamata. Ciò valse pure a svelare più presto l’assalto nel convento, poichè il sergente essendo rimasto zitto nell’interno, in aspettativa del termine della missione della Dulcinea, si accorse facilmente dell’attacco alla guardia e della violenza alla sua donna, e ne conseguì quindi un allarme tra la guardia dell’orto, e poi fuori alle truppe di sostegno e di riserva, dimodochè la battaglia presto infierì su tutta la linea.

Tale circostanza poteva esser fatale alla riuscita dell’impresa, se questa fosse stata in mano di gente meno risoluta; ma Muzio, Nullo e compagni non erano uomini da facilmente spaventarsi. Muzio, colla portinaia per la mano, fu in un momento condotto da essa e dalla Virginia alla cella dell’abbadessa, e questa, al luccicare d’una sciabola, condusse ben presto il capo dei trecento nell’abituro dell’infelice eroina dei Mille, da cui Virginia con simpatia febbrile la trasse e la condusse presso l’amato suo P...., ch’erasi avanzato coi suoi cinquanta all’entrata del convento in sostegno di Muzio.

Lascio pensare la gioia di Lina, nel vedere la carissima compagna di tante fatiche e di tanti combattimenti, e come la buona Marzia si lanciasse al collo della sorella e la soffocasse di baci! Non era tempo però di abbandonarsi a tenerezze.

A ponte Fabrizio, Nullo ebbe alquanto più da fare; le forze papaline stanziate al teatro Marcello, al primo allarme dato dalle trombe dei birri, negli orti francescani, mossero verso il convento, e dopo di queste il battaglione che si trovava in Campidoglio.—Tali eran gli ordini e tali le precauzioni prese per impedire la fuga d’una donzella ebrea, ispirata dallo Spirito Santo dei preti, e che questi buffoni volevano mandare in paradiso suo malgrado.

Il prode Bergamasco però non avea dormito nel poco tempo passato nell’isola di S. Bartolomeo; egli avea fatto eseguire una formidabile barricata sul ponte, che fu innalzata come per incanto da’ suoi robusti compagni, con barchette rovesciate e con panche di pescivendoli che abbandonavano nell’isola.

La massa di soldati del Papa che si avanzava era imponente, ma nello stesso tempo impavido era il valore dei romani, alcuni dei quali oltre alle formidabili daghe, erano pervenuti ad armarsi con delle fiòcine[48] trovate nelle vicine case di pescatori.—I primi papalini che si presentarono alla barricata, furono infilzati dalle fiòcine, come tanti pesci, gli altri insospettiti dalle grida dei fiocinati, dal riparo e da pericoli a loro ignoti, per nulla poter discernere nelle tenebre, e per lo ingigantirsi che fanno i pericoli ed i ripari nella notte, non ardivano avanzarsi.—Ma incoraggiti dai loro ufficiali, alcuni salirono. Poveracci! eran ricevuti a colpi di fiòcina, arma, di notte, in una barricata, più terribile d’una mitragliatrice.

Le grida dei feriti, coll’arma inusitata, erano spaventevoli, essendo la fiòcina arma che entra, ma non esce, dimodochè alcuni eran tratti a bordo, cioè dalla parte dei romani, altri, se riesciva di rompersi l’asta, cadevano o si ritiravano malconci, col ferro nelle viscere, altri, poi, dal colpo o dalla disperazione, erano precipitati nel Tevere.

Siccome fra i mercenari, di notte, si può essere impunemente codardi, le sciabolate degli ufficiali erano insufficienti a far superare la barricata; comunque, malgrado che molti se la dessero a gambe, il capitano d’una compagnia per nome Merode, giovane Belga, nipote del cardinale dello stesso nome, inoltrandosi tra una fiòcina e l’altra, era pervenuto a superare la barricata, e precipitossi gridando: Avanti! sui difensori!

Capitò però malissimo, giacchè l’individuo su cui egli cadeva, altri non era che il nostro nerboruto Nullo, che non si curò nemmeno di ferirlo colla daga, ma passandovi la destra tra le gambe, lo fece descrivere una curva nell’aria, e lo scaraventò nel Tevere.