Essa sorrideva alle dolci parole di Virginia e dei suoi amici, ma quel sorriso sfiorava appena le labbra coralline, per far subito posto a mesto, abituale atteggiamento, massime quando il suo sguardo cadeva sullo sventurato genitore, che macchinalmente, e quasi istupidito dai tormenti sofferti, accompagnava silenzioso la comitiva.

Un giorno, sulla strada da Tivoli a Subiaco, mentre la brigata aveva fatto un alto, Lina, avendo scoperto, vicino al sito un bell’albero di fichi, disse a Marzia: «Io monterò su quest’albero a mangiare dei fichi, e te ne getterò la tua parte». Marzia, che non voleva esser da meno in agilità della compagna, rispose: «ma monterò anch’io, e ne mangeremo assieme sull’albero»—«Che sì! che no!» nacque un po’ di diverbio tra le due amiche. Lina, sollecitamente però, lasciò la compagna ed arrampicossi sul fico. Usando troppa precipitazione, nel salire, mise un piede in fallo, si ruppe il ramo a cui si teneva colla mano destra, lo stesso successe alla sinistra, e la nostra bellissima fanciulla se ne venne al suolo, distesa in tutta la lunghezza del corpo, senza ferirsi però, ma svergognata d’aver mostrato ai presenti la sua poca capacità ginnastica.

Per combinazione—o con intento—due degli ufficiali del papa, prigionieri—galanti come lo sono generalmente quella classe di gente, che altro non hanno al mondo da fare, che mangiar bene, bever meglio, e passare il resto in seduzioni, anche fosse delle undici mila vergini, la di cui castità sarebbero obbligati di difendere a spada tratta—gli ufficiali del Papa, dico, Merode e Pantantrac, a cui era venuta l’acqua alla bocca, contemplando le bellissime giovani italiane, avean approfittato d’un momento di noncuranza della guardia loro—composta di bravi giovani romani—e s’erano avvicinati alle due donzelle, con aria graziosa e seducente.

I due stranieri giungevano precisamente al momento in cui Lina aveva comprato tanto terreno quanto era lunga, e circostanza miracolosamente favorevole fu questa per loro, di cui vollero naturalmente approfittare, slanciandosi al rilievo di quel caro corpicino.

Il fortunato dei due fu Pantantrac, che giunse primo ad afferrare, con ambe le mani, il cinto snello della vezzosa. Egli certamente adempiva a quell’atto di galante cortesia, con grazia—dote incontestabile della Nazione francese—ed un gentile ringraziamento della bella guerriera avrebbe, senza dubbio, messo fine all’incidente. Così però non l’intendeva Talarico, nella fiera, rozza, indomita sua natura.

Assorbito non so da qual distrazione od affare, egli non trovavasi, come d’abitudine, vicino a Lina, al momento della caduta, e vi giunse dopo che la sua dea era in piedi, ma non ancor libera dalla stretta dell’ufficiale papalino.

«Ahi!»—fu il grido doloroso di Pantantrac, quando il brigante gli piantò le unghie nella nuca—«Ahi!»... e non più micidiale sarebbe stata la graffa del tigre. Talarico staccò con tale malagrazia l’ufficiale prigioniero che lo mandò gambe all’aria a molti passi di distanza.

Alcuni minuti vi vollero all’ufficiale straniero per riaversi dalla sorpresa e dalla caduta. Ritornato in sè, alla fine, egli cominciò a scatenarsi, con un repertorio d’improperii da far arrossire anche i soldati del Papa.

«Sacré nom di qua—e sacré nom di là, e brigands d’Italiens!»—senza curarsi della Nazione a cui apparteneva l’uditorio, e che avrebbe potuto risentirsi, se la presenza di Nullo non lo avesse impedito.

«Eh se non m’aveste preso per di dietro!»—e qui un’altra infilzata di sacré nom, e di allusioni anche alla circostanza del convento, in cui era stato disarmato da Muzio.