Chi ha la pazienza di leggermi conosce forse ciò che sia un trabocchetto. Figuratevi un pezzo di tavolato di legno non inchiodato sul pavimento, e sorretto da un asse sul mezzo su cui gira liberamente. Le sue dimensioni sono circa due metri di lunghezza ed altrettanto di larghezza, dimodochè schiudendosi, l’individuo che vi si precipita, non può sostenersi in nessun senso.
Il fondo di tali trabocchetti è generalmente ad una profondità da rompersi il collo cadendo. I preti ed i signori feudali—tutta gente famosa per tale sorta di divertimenti—avevano perfezionato l’opera, sino a guarnirne il fondo con delle punte d’acciaio o di ferro, su cui le sventurate vittime rimanevano inchiodate.
Dopo gli avvenimenti mentovati, e riconosciuto essere il capo degli spiriti quel biricchino di sacrestano, sparito secondo la storia dei preti, e che non fu appiccato perchè i liberi sono una classe di gente che non somiglia agli autocrati ed alle loro spie, i satelliti sitibondi di sangue; dopo aver constatato anche essere gli spiriti minori altrettanti birbanti di cafoni che accompagnavano il sacrestano per la mercede di poche lire, dopo tutto ciò, dico, il colonnello Chiassi abitò il castello col suo stato maggiore, sino all’arrivo dei fratelli feriti, a cui tutti gli appartamenti furono ceduti.
Alla richiesta loro, Virginia e Marzia, furono collocate nella stessa stanza. Esse soffrivano molto per le gravi ferite, aggravate ancora da una marcia disagiata. Comunque, tanto era l’affetto scambievole delle due vezzose donne, che sembravano mitigare le loro sofferenze colla vicinanza.
Pallidissime, colla nera capigliatura sciolta, i grandi loro occhi nerissimi, torbidi dai lunghi patimenti, contemplavansi reciprocamente, senza articolar parola. Marzia poteva veder la compagna senza muoversi, perchè ferita nell’omero sinistro, essa appoggiavasi, per soffrir meno, sul destro. Non così Virginia che, per vedere la sua Marzia, doveva faticare cogli occhi soverchiamente inclinandoli, poichè ferita nel bel mezzo del petto, era obbligata di stare supina, coll’ingiunzione d’immobilità assoluta, posizione necessaria nelle ferite gravi, e raccomandata dai chirurghi: terribile però, per chi deve soggiacervi molti mesi. Essa la vedeva meglio, quando sollevata alquanto colla testa per bere.—E beavasi, poverina, nella contemplazione di lei che le stava di fronte.
In una circostanza, in cui medicavasi la ferita di Marzia, e si dovevano scoprirle le spalle, un ahi! dolentissimo sgorgò dalle fauci della contessa, la quale svenne, e per un pezzo si credette passata all’altra vita. Marzia ne fu disperata, e molto lottarono Lina e le signore che gentilmente l’assistevano, poichè a tutta forza essa voleva scendere da letto per soccorrere Virginia.
All’oblivione si è condannati, quando si è vecchi! e noi per un pezzo andammo avanti, dimenticando Elia, il padre di Marzia, il torturato del Santo Ufficio!
Dacchè egli aveva raggiunto i trecento alla partenza da Roma, la sua esistenza era stata macchinale al punto d’esser tenuto in generale per demente. La sola vista della graziosa sua figlia, e le amorose cure e carezze di lei, sembravano galvanizzarlo, lo richiamavano in sè, e da essa sola egli accettava alcuno scarso alimento. Così l’infelice vittima della più orribile delle istituzioni umane, continuò il suo viaggio, dividendo i disagi dei compagni ed i perigli, per cui nessun timore egli sentiva, divenuto impassibile ad una vita di dolori e di miserie.
Che importava al vecchio discendente d’Abramo d’essere colpito da una palla! egli sapeva che bisognava finirla o in un modo o nell’altro, e quando più penibili d’una palla nel cuore, si effettuano modi nella transizione di questo nostro soggiorno sulla terra, per un’altra vita che nessuno conosce, ma che pure è nuova materia sotto forme forse di ceneri o di vermi. Solo un legame lo tratteneva in questo mondo—legame indissolubile, prezioso, dilettevole—l’affetto per Marzia! Per quella bellissima creatura amata da tutti, e da lui idolatrata. Benchè, sventuratamente, nelle tribolazioni e negli ultimi aneliti dell’esistenza, giungasi a tale scetticismo, in cui impallidisce, affievolisce anche il più fervido dei sensi—l’amore!—davanti all’inesorabile legge del destino, tuttavia tale indebolimento della materia e dell’intelligenza non aveva potuto distruggere il senso sublime, che solo teneva in vita il povero vecchio.
Si capisce facilmente quale poteva essere la situazione d’Elia nell’ospedale improvvisato; servire la sua Marzia, sarebbe stata l’intima aspirazione del suo cuore. Ma che poteva egli fare colle sue membra slogate? Appena poteva, sorretto da un infermiere, muoversi da una sedia all’altra; e così passava le sue ore, contemplando la giovane ferita, essere unico, che, per poco ancora, lo vincolava in questa valle di malanni.