Se i Monsignori di Roma, invece di copiose prebende, che godono nell’ozio, e che gonfiano le loro potenze sensuali, fossero obbligati a piegar la schiena sotto il piccone o la marra, molto più sobri certamente essi sarebbero, e più temperanti.
Obbligati alla vita reale, guadagnando il pane col sudore della fronte, essi non si occuperebbero di imposture, di corruzioni, e l’umanità, invece di esser divisa tra gaudenti fannulloni, e sofferenti lavoratori, vedrebbe i suoi figli marciare fraternamente al progresso.—Il prete è un uomo come gli altri, lo capisco anch’io, ed in lui non è l’uomo che osteggio, ma il carattere bugiardo e nocivo.
Oggi, poi, la colpa del malore-prete ricade intieramente sulle monarchie, che potrebbero sanarne la società, e non lo fanno, perchè sono perverse, perchè vogliono servirsi dell’agente prete per corrompere i popoli, ch’essi desiderano mantenere nell’ignoranza e nel servaggio.
La trasformazione del gesuita, che noi vedemmo principiata da varii giorni, erasi ingigantita, e le due donne infelici, di cui egli era stato il corruttore ed il carnefice, erano divenute oggi indispensabili alla sua esistenza, ed egli avrebbe dato mille volte la vita per farsi perdonare la sua malvagia condotta, e reintegrarsi in quell’affetto che, per loro sventura, egli aveva posseduto pur troppo.
Figuratevi qual era l’inferno che travagliava quell’uomo passionato! al male, sì! ma passionato quanto può esserlo l’individuo che, tiranno della propria natura, passa tutta la vita nel frenarla o prostituirla, rovesciandone e calpestandone le leggi più sacre, colla più disonesta, schifosa ipocrisia!
Quell’uomo! lì! vicino ad esse, ch’egli aveva oltraggiate, tuffate nel vituperio, ed assassinate poi! Esse! creature sì squisite, sì gentili, atte, sotto gli aspetti materiali e morali, a formare la felicità della famiglia!..... se possibile fosse la felicità sulla terra!..... e se possibile fosse la famiglia umana senza impostori!
Ora, che il suo cuore di prete era vicino a cambiarsi in quello d’un uomo, cioè a farsi capace di sentire l’amore celeste, egli sentiva ingigantirsi quell’amore, da padroneggiarlo intieramente. Ora, rialzato dall’abbietta sua condizione di corruttore, alla sublimità dell’uomo che ama con tutta la sua potenza, ora..... quelle impareggiabili creature, morranno!.....—perchè tale era il suo presentimento—morranno! e malediranno il fattore delle loro sventure, senza nemmeno l’ombra della possibilità d’un perdono!
Così poco propenso come mi sento a compassionare qualunque di cotesti nemici del genere umano, compatisco l’inenarrabile affanno di questo sciagurato!
Lui vicino ad esse, deforme! non riconoscibile! e sì schifoso! sì detestabile! Lo stato suo era quello d’un demente, e d’un demente all’ultimo stadio della frenesia. Ciò spiega i varii tentativi da lui fatti per introdursi nella stanza che racchiudeva ciò che per lui, oggi, era tutto nel mondo—quel tutto in possesso di altri, e, presto, della morte!—ed il furibondo rimorso che lo dominava e lo tratteneva indietro.
Muzio, che, seduto al capezzale della donna amata, s’era accorto della fissazione di lei verso la porticina, e dei tremiti convulsi, indovinò finalmente, che qualcuno spiava da quella parte. Alzossi ed incamminossi per vedere chi era. Non l’avesse mai fatto: la contessa, con un grido straziante, chiamò: «Muzio!..... non andate da quella parte: un fantasma!..... la morte!.....» e ricadde un’altra volta svenuta.