Sventurato quel nemico, il di cui cavallo stanco e bolleado — non può sottrarsi al coltello del persecutore — Scendere da cavallo — passare il coltello alla gola d'un caduto — e rimontare per ragiungerne altri — io impiego più tempo a descriverlo — Il costume costante di solo alimento carnivoro — e l'abitudine di spargere sangue vaccino ogni giorno — è probabilmente causa di tale facilità all'omicidio —

Tali consuetudini e con gente coraggiosa senza esagerazione — fa sì — che s'impegnano alcune volte anche dopo la vittoria — pugne singolari da inorridire — Una di quelle risse, erasi impegnata, non lontano da me tra un nemico a cui era stato ammazzato il cavallo ed i nostri — Caduto egli combattè a piedi contro chi lo avea rovesciato — e mal governo ne faceva — quando giunse un altro dei vincitori — poi un altro — finalmente contro sei pugnava quel prode — ed in ginocchio, perchè ferito in una coscia quando io giunsi — e tardi giunsi per salvare la vita d'un tanto uomo —

Il trionfo fu completto, e rotto intieramente il nemico — si perseguì per varie miglie — Il risultato immediato di quella vittoria, non fu quale doveva essere — per non aver noi migliori cavalli — e perciò molti de' nemici si salvarono — Ciononostante, per tutto il tempo che rimasimo nel Salto, ebbimo la soddisfazione di veder quel bel dipartimento libero da' nemici —

Mi sono disteso alquanto nella narrazione del fatto d'armi del 20 Maggio — per esser stato quello veramente un bel fatto ed onorevole — combattutto in magnifico terreno e sgombro da ogni ostacolo — in un clima e sotto un cielo, che ci ricordava la bella patria nostra — Qualunque mossa — qualunque gesta era all'evidenza — Contro un nemico aguerrito, e superiore in numero, e nella qualità de' suoi cavalli — principale elemento di quel genere di guerra — Varie, e singolari pugne a cavallo, con pari valore —

La cavalleria nostra, per le condizioni d'inferiorità suddette — fece veramente miracoli in quel giorno — Circa alla fanteria, io rapporterò il detto del maggiore Carvallo — il quale compagno nostro in S. Antonio, e nel Dayman, — in ambi conflitti avea pugnato da prode qual era — ed in ambi avea toccato una palla nel volto — sotto gli occhi, alla distanza di due ditta, e nella prominenza della guancia — una a destra — a sinistra l'altra — formando perfetta simmetria —

Egli fu ferito al principio della pugna — e non volle abbandonare il campo di battaglia — Mi chiese poi, al termine della stessa — di recarsi al Salto, onde potersi far medicare.

Passando sotto la batteria della città — le fu chiesto dell'esito della giornata — Egli rispose: (e poteva parlar poco) «La fanteria Italiana è più solida della vostra batteria» —

Io bramo: ciò resti ben impresso nella mente dei nostri giovani Italiani — cui, credo: toccherà sventuratamente ancora — misurarsi coi boriosi nostri vicini — e che comunque sia — e comunque si voglia presumere — per colpo di governo, e di preti, noi siamo ben lontani dal possedere i requisiti morali e materiali — necessari per combattere dovutamente i prepotenti invasori —

«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dai nostri ragazzi — e vergogna a dirlo — gettar le armi e fuggire — sovente davanti ad un immaginario pericolo — Cavalleria!... ma gl'italiani di S. Antonio e del Dayman ridevano della prima cavalleria del mondo — E ciò in tempi — ove possedevano cattivi fucili a pietra — Che sarà oggi — con armi cotanto perfette!

Noi siamo inferiori in cavalleria a tutte le nazioni vicine, solite a calpestare i nostri diritti e che potrebbero ancora usare contro di noi delle prepotenti velleità — Senza disprezzare la cavalleria utilissima in certe circostanze di guerra — conviene assuefare i nostri giovani militi, e famigliarizzarli all'idea: che la fanteria deve non mai temere la cavalleria —