Oh! quell'idea, era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti — che incontrar si potevano sulla via, d'una vita intiera di tribolazioni.
I nostri cuori battevano di sublime palpito — E se la destra incallita alle pugne di lontane contrade, fu forte in difesa altrui, che non sarà per l'Italia!
Davanti a noi schiudevasi l'Eden della nostra immaginazione — E se l'idea di quanto rimaneva dietro a noi, non l'avesse offuscata alquanto — completta sarebbe stata la felicità nostra —
Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto — poichè un ben caro popolo è l'Orientale! — E noi avevamo diviso per tanto tempo — le poche sue gioie ed i molti dolori — Ed ora, lo lasciavamo non vinto, non abbatutto nel sublime coraggio — ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani — alla diplomazia Francese!
Noi lasciavamo i nostri fratelli d'armi — senza aver combattutto l'ultima battaglia! Ed è ben doloroso, qualunque ne sia la cagione!
Quel popolo festante all'aspetto nostro — fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi — dava in ogni occasione, segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine — E quella terra, che noi amavamo da figli, racchiudeva l'ossa di tanti nostri Italiani, generosamente caduti per redimerla!.....
Il 15 Aprile 1848, era la partenza — Usciti dal porto di Montevideo, con favorevole brezza — abbenchè minaccioso il tempo — erimo verso sera, tra la costa di Maldonado e l'isola di Lobos — Alla mattina del seguente giorno, appena le sommità della Sierra de las animas, si distinguevano — poi si sommersero e solo gli spazi dell'Atlantico — si offrivano alla vista nostra — e davanti a noi, la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria —
Sessantatre, tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia — Egri due: Anzani affralita oltremodo, la salute, nelle sante crociate della causa dei popoli languiva sotto il peso di dolorosa consunzione — Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare — ma la fede, e le cure fraterne, valsero a depositarlo non sano, ma salvo sul lido Italiano — Anzani non doveva trovare in Italia, che una sepoltura, accanto a quella de' suoi parenti —
Fu il nostro viaggio, felicissimo e breve — Gli ozi della navigazione, si passavano per lo più in trattenimenti proficui — Gli illiterati erano insegnati da chi sapeva — e non pochi, erano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli — era la preghiera di tutte le sere — Noi, lo cantavamo in crocchio sulla tolda della Speranza — Intuonato da Coccelli, era accompagnato — e ripetuto il coro, da sessanta voci, con entusiasmo sommo —
Varcammo così l'Oceano, incerti, sulle sorti d'Italia, altro non sapendo, oltre alle riforme promesse da Pio IX — Il punto indicato da approdare in Italia era la Toscana — ove si doveva sbarcare, comunque ne fosse stata la situazione politica — incontrando amici, o dovendo combattere nemici — Un aprodo in Santa Pola, nella costa di Spagna — modificò le nostre risoluzioni — e fissò la metà nostra: Nizza —