Comunque, io non disperavo: si potesse ritentare alcuna impresa sul territorio Lombardo — La gioventù era molta in Svizzera — la quale dopo d'aver tastato le primizie dell'esiglio — era volonterosa di ripigliare la campagna a qualunque costo. Il governo Svizzero non era disposto certamente a cimentarsi coll'Austria, proteggendo l'insurrezione Italiana — La popolazione Italiana però del Canton Ticino — simpatizzava naturalmente con noi, e si potevano sperare dei sussidï — dai singoli individui di cotesta parte della Svizzera — ove s'era raccolta la massa dell'emigrazione —
Io ero obligato a letto in Lugano — quando un colonnello federale mi propose — che se fossimo disposti a ritentar la sorte — egli — non come appartenente al governo Svizzero — ma come Luini — (era il suo nome) coi suoi amici, ci avrebbero favoriti ed ajutati in qualunque modo possibile — Feci parte di tale proposta a Medici — allora il più influente nello stato maggiore di Mazzini — e Medici mi rispose: «Noi faremo meglio» — Dalla risposta di Medici — che capivo venire dall'alto — mi persuasi: esser la mia presenza in Lugano — inutile — e dalla Svizzera passai con tre compagni — per la Francia — per recarmi a Nizza, ove curarmi, a casa mia, delle febbri che continuavano ad assalirmi —
Giunsi a Nizza, e vi passai alcuni giorni colla famiglia procurando di curarmi — Essendo però più ammalato ancora, d'anima che di corpo — il tranquillo soggiorno della mia casa — non mi convenne e passai a Genova — ove più romoreggiava l'insofferenza publica, per la patria umiliazione — ed ivi terminai di curarmi.
La marcia degli avvenimenti in Italia, non minacciava ruina ancora — ma ispirava diffidenze fondate — La Lombardia era ricaduta sotto il tiranno — L'esercito piemontese che ne avea impugnato la difesa, era scomparso; non distrutto ma colla coscienza in cui stavano i suoi capi — della sua impotenza —
Quell'esercito, con gloriose tradizioni, e composto di personale brillante — era sotto l'influenza d'un incubo; d'una fatalità inesplicabile — ma desolante ma terribile! Sia, chi si fosse: il genio della frodde, del mercimonio — della maledizione! delle nostre sciagure! ne presiedeva il destino, e ne incatenava l'azione — Esso non avea perduto battaglie — ma chi sa perchè? s'era ritirato davanti al nemico disfatto! Sotto il pretesto di premunirsi dalle trame degli esaltati — che fecondavano in Italia, naturalmente, per la fredezza e duplicità dei principi — s'infievoliva l'entusiasmo Italico nelle milizie — e si paralizzavano —
Codesto esercito — che sostenuto dall'intiera nazione com'era — avrebbe fatto miracoli, sotto la direzione d'un uomo che avesse calpestato le paure e le differenze — marciando diritto alla meta — era all'incontro ridotto al nulla —
Dalla Lombardia si ritirava l'esercito — sbandato, non vinto — Dall'Adriatico la squadra, men vinta ancora — Alla mercede del barbaro dominatore giacevano i popoli — che scossero con tanta gagliardia ed eroismo, il giogo infame — senza l'ajuto di nessuno! Che cacciarono, quando soli, in cinque memorabili giornate — gli aguerriti mercenari dell'Austria, come gregge —!
Nei ducati — in potere ancora del nostro esercito, fermentava la reazione — ed in Toscana, retta da un dittattore che giudicherà la storia — In ambi i paesi, si armavano i contadini — che si armeranno sempre contro libero reggimento, fomentati da preti, spie e fautori dello straniero —
Negli Stati Romani — eran chiamati Rossi e Zucchi alla direzione delle cose politiche e dell'esercito — per coprire sotto quelle vecchie reputazioni, i progetti retrogradi, che già dominavano —
Le popolazioni ingannate, dopo d'aver contemplato l'aurora del risorgimento — infuriavano — Bologna nell'immortale 8 Agosto — riceveva il primo regalo d'Austriaci, chiamati da' preti, a fucilate, e li fugava spaventati fino al di là del Po —