Era il duca nella capitale della Toscana — Si diceva però, la somma delle cose — nelle mani di Guerrazzi — Io scrivo la storia — e spero non offendere il grande Italiano, se dico il vero —
Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai quale me l'ero immaginato: leale, franco, modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire — ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e poco valse perciò, la breve permanenza al potere del milite prode e virtuoso di Cortatone —
Da Firenze, ove stimai, inutile e tedioso il nostro soggiorno, divisai passare in Romagna, ove si sperava far meglio — e da dove, all'ultimo, sarebbe stato più facile di recarci a Venezia per la via di Ravenna. Però, nuovi guai, e più aspri, ci aspettavano sull'Apennino.
Sulla strada, ove dovevimo avere i necessari sussidi, per provvedimento del governo Toscano — altro non trovammo, che la benevolenza degli abitanti — volonterosi ma insufficienti ai bisogni nostri — Una lettera del governo suddetto ad un sindaco della frontiera — limitava la sussistenza, ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri —
In tale situazione, giunsimo alle Filigari, e vi trovammo il divieto per parte del governo pontificio, di varcar la frontiera — Almeno i preti eran conseguenti — trattavano da nemici!
Zucchi, lo stesso da noi salvato a Como — allora ministro della guerra, accorreva da Roma, per far eseguire gli ordini — E da Bologna marciavan un corpo di Svizzeri papalini, e due pezzi d'artiglieria, per opporsi all'ingresso nostro nello Stato.
Intanto, imperversava la stagione in quelle montagne, e la neve giungeva al ginocchio sulle strade. Erimo in Novembre — Valeva veramente la pena: venire dall'America meridionale, per combattere le nevi dell'Apennino — I Governi Italiani, che avevo avuto l'onore di servire — ed i di cui territori avevo percorso — non erano stati capaci di dare un capotto ai poveri, e prodi miei compagni — Era lamentevole cosa, il vedere quei bravi giovani — in quella rigorosa stagione, nei monti, vestiti la maggior parte di tela, alcuni di cenci — e mancando del necessario alimento — sulla loro terra, consueta a nutrire grassamente tutti i ladri, e mascalzoni del mondo.
Riunironsi tutti i mezzi pecuniari, posseduti per la maggior parte dagli ufficiali — se ne formò una cassa comune, ed ajutati dal buon albergatore delle Filigari, passaronsi miseramente alcuni giorni.
Intanto gli Svizzeri pontifici prendevano posizioni militari sulla frontiera opposta — con tutte le misure di resistenza contro un tentato passaggio — ma umiliati dall'atto vergognoso del loro governo imbecille. La situazione nostra nelle Filigari, non era tenibile per molti giorni — non v'era altro rimedio che mutarla — Tornare indietro sulla Toscana, io avevo letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco — nella quale si raccomandava di liberarsi di noi, al più presto — e sarebbe stato d'uopo: umiliarsi, od ostilizzare. Proseguire sul territorio Romano, bisognava combattere chi era lì preparato per vietarcelo — A che scellerata perplessità ci tenevano i governanti su cui speravano gl'italiani la loro liberazione! Eppure — noi avevimo varcato l'Atlantico — poveri sì, perchè avevamo rifiutato le richezze —[72] — ma col solo oggetto di offrire la nostra vita all'Italia! — Scevri da qualunque interessato proposito — pronti a sacrificare al nostro paese, anche i principï politici — e servire, per servirlo, anche chi non meritava la fiducia nostra, per antecedenti infami!
I nomi di Guerrazzi, di Pio, erano venerati allora nell'anima nostra — eppure lì, nella neve — privi d'alimento — essi tenevano nell'angoscia, quel pugno di giovani veterani — le di cui ossa dovevano ben presto seminarsi, sulla terra delle sventure! alla difesa di Roma contro lo straniero — colla disperazione — morendo — di poterla redimere!