Valicammo gli Apennini, per le scoscese alture della Sibilla — la neve imperversava — e mi assalirono i dolori reumatici, che scemarono tutto il pittoresco del mio viaggio —
Vidi le robuste popolazioni della montagna, e fummo bene accolti, festeggiati dovunque — e scortati da loro con entusiasmo — Quei dirupi risuonavano dagli evviva alla libertà Italiana — e da lì a pochi giorni — quel forte ed energico popolo — corrotto, e messo su dai preti sollevavasi contro la Republica Romana — ed armavasi colle armi somministrate dai neri traditori per combatterla —
Giunsi in Rieti, ove si ultimò di vestire la legione; ma fu impossibile ottenere i fucili per complettare il suo armamento — ed io vedendo inutile qualunque richiesta — mi decisi a far fabbricare lancie, per provvederne i disarmati.
In Rieti si riunirono a noi, Daverio, Ugo Bassi, ed alcuni buoni militi, tra cui i due fratelli Molina, e Ruggiero, che tanto si distinsero poi, come ufficiali nei vari combattimenti sostenuti dalla legione —
Aumentava il corpo, mentre organizzavasi alla meglio; ma il ministero di Roma non voleva militi; e nella stessa guisa, con cui avea limitato il numero dei legionari a 500 — ora m'intimava di non oltrepassare i 1000 — dimodocchè, avendone già alcuni di più, fui obligato di menomare il misero soldo — compresi anche gli ufficiali — per mantenere tutti — Un solo lamento per ciò non s'intese nelle fila dei prodi miei fratelli d'armi.
Si approfittò della stazione in Rieti per l'istruzione dei legionari — e si presero alcune misure di difesa alla frontiera, per guardarla contro i tentativi del Borbone, già smascherato, ed in aperta reazione contro la libertà Italiana —
Eletto dai Maceratesi a deputato, fui chiamato a Roma, per far parte dell'assemblea costituente — ed il dì otto febbrajo 1849 — ebbi la fortuna, uno dei primi — alle 11 della sera, di proclamare colla quasi unanimità, quella Republica di sì gloriosa memoria, e che sì presto dovea essere schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'Autocrazia Europea —
Era l'8 febbrajo 1849 — ed io, addolorato dai reumatismi, ero trasportato sulle spalle del mio ajutante Bueno — nelle sale della assemblea Romana — l'8 di febbrajo 1846 quasi alla stess'ora, passavano sulle mie spalle, non pochi feriti, dei prodi nostri legionari, sul glorioso campo di battaglia di S. Antonio — e si adagiavano a cavallo per imprendere l'ardua, ma bella ritirata verso il Salto.
Ora assistevo alla rinascita del gigante delle Republiche! la Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni, quella folla d'idee, di vaticini, che avean fantasticato nella mia mente dall'infanzia — nella mia immaginazione di diciotto anni — quando per la prima volta, vagai tra le macerie dei superbi monumenti della Città eterna — quelle speranze di risorgimento patrio — che mi fecero palpitare nel folto delle foreste Americane e nelle tempeste degli Oceani — che mi guidarono al compimento de' miei doveri, verso i popoli oppressi — soffrenti!
Lì — liberamente, nell'aula stessa ove si adunavano i vecchi tribuni della Roma dei Grandi — eravamo adunati noi — non indegni forse degli antichi padri nostri — se presieduti dal genio — ch'essi ebbero la fortuna di conoscere, e di acclamare sommo! E la fatidica voce di Republica risuonava nell'augusto recinto — come nel dì che ne furono cacciati i re per sempre!