Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino in 1848, dopo la capitolazione di Milano — e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera — ma me li faceva disertare, anche dopo la vittoria di Luino — facendomi dire da Medici: che loro avrebbero fatto meglio! Se colui che dietro il mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina — Se egli, poi, non so per qual motivo, mi facea marciare a Vellettri — agli ordine del generale in capo Roselli — Se Mazzini infine, il di cui voto era assolutamente incontestabile — nel Triumvirato — avesse voluto capire: che anch'io dovevo sapere qualche cosa di guerra — avrebbe potuto lasciarlo il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell'impresa seconda, come lo era stato della prima — e lasciarmi invadere il regno Napoletano il di cui esercito sconfitto trovavasi nell'impossibilità di rifarsi — e le di cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte — Che cambiamento di condizioni! Che avvenire — presentavansi davanti all'Italia, non ancora scoraggita dall'invasione straniera!
In vece di ciò, egli chiama le forze tutte dello stato, dalla frontiera borbonica a Bologna — e le riconcentra su Roma, per presentarle così in un solo boccone al tiranno della Senna — a cui se non bastavano i suoi quaranta milla uomini ne avrebbe mandato cento milla, per annientarci in una volta sola —
Chi conosce Roma, e le sue diciotto miglia di mura, sa molto bene: esser impossibile difenderla con poche forze, contro un esercito superiore in numero ed in ogni specie di materiale di guerra — com'erano i Francesi nel 1849 —
Non, tutte alla difesa della capitale — dovevano dunque impiegarsi le forze dell'esercito Romano — ma internarne la maggior parte nelle posizioni inespugnabili di cui abbonda lo stato — chiamare le popolazioni tutte alle armi — lasciarmi continuare la mia marcia vittoriosa nel cuore del regno — e finalmente dopo d'aver mandato fuori, quanto si poteva — i mezzi di difesa — uscire lo stesso governo, e stabilirsi in situazione centrale, e difendibile —
È vero: che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di salute publica contro l'elemento prete — che non si presero — e che si lasciò, per dei riguardi malintesi, onnipotente a congiurare, tramare, e finalmente contribuire alla caduta della Republica — ed alle sventure d'Italia —
¿Chi sa quali sarebbero stati i risultati delle misure salvatrici suddette? Cadendo, se cader si doveva — saressimo caduti almeno, dopo d'aver fatto il possibile, il dovere — e certamente dopo l'Ungheria e Venezia!
Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d'Arce, vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale — e prevedendo inevitabile rovina — io chiesi la dittattura — e chiesi la dittattura, come in certi casi della mia vita, avevo chiesto il timone d'una barca — che la tempesta spingeva contro i frangenti —
Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati! Però, il 3 giugno cioè pochi giorni dopo — quando il nemico che li aveva illusi — s'era impadronito delle posizioni dominanti la città — e che noi tentavamo — ma inutilmente — di riprendere, a costo di prezioso sangue — allora dico: il capo dei triumviri — mi scriveva: offrendomi il posto di generale in capo — Io ero impegnato al posto d'onore, e trovai bene di ringraziarlo — e continuare nella sanguinosa bisogna di quell'infausta giornata.
Oudinot avendo ricevuto quanti rinforzi abbisognava, dalle trattative con cui aveva addormentato il governo della Republica — si dispose a passare ai fatti — ed anunciò a Roma, ch'egli ripiglierebbe le ostilità il 4 di giugno — ed il governo fidò alla parola del fedifrago soldato di Bonaparte —
Da Aprile che durava il pericolo sino a giugno — a nessun opera di difesa s'era pensato — massime nei posti importanti e dominanti di fuori — che sono la chiave di Roma — Ed io ricordo: che il 30 Aprile dopo la vittoria — il generale Avezzana ed io — in una conferenza ai quattro venti — avevamo deciso di fortificare cotesta eminente posizione — ed alcune altre laterali poco meno importanti — Ma il generale Avezzana, era stato mandato ad Ancona — ed io occupato ad altre faccende —