Riunita la brigata, si marciò immediatamente per lo stradale che scende a Como in zig-zag — ed nemico retrocedeva — mentre noi avanzavamo — Nel borgo S. Vito si fece alto per prendervi notizie — ma era difficile trovare abitanti — scomparsi dal timore d'esser maltratatti — E finalmente fu deciso l'ingresso nella città —
La popolazione impaurita — da principio — e non sapendo che truppa fosse l'invadente — giacchè oscura era la notte — si manteneva, porte e finestre chiuse — e non si vedeva una sola persona — Ma quando conobbero — all'accento della favella: esser noi! Gl'Italiani! I fratelli! Allora successe una scena — impossibile a descriversi — e che meritava esser illuminata dal sole — Fu lo scopiare di una mina — In un lampo la città fu illuminata — le finestre ghermite di popolo — e le strade ingombre — Le campane tutte tempestarono a stormo — e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici —
¿Chi può descrivere la scena commovente di Como in quella notte — e chi può ricordarla senza esserne commosso?
La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini, s'erano impadroniti dei miei militi — Abbracciamenti, pianti, grida, pazzie! erano all'ordine della notte! I pochi a cavallo che con me marciavano alla testa della collonna — duravan fatica, per non esser rovesciati — e tirati giù per le gambe — massime dalle ragazze la di cui bellezza, sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori!
De' nemici, non si sapevan notizie certe — Chi diceva: ch'erano in tale, od in tal'altro quartiere — Chi diceva: fossero marciando verso la Camerlata — Il fatto che mentre noi entravamo da una parte — loro uscivano dall'altra — e che non trovandosi sicuri alla Camerlata, proseguirono in confusione verso Milano — lasciando dietro loro, nei depositi della Camerlatta molte vettovaglie ed armi —
I poveri, valorosi Cacciatori delle Alpi — bivacarono per le vie, e piazze della città di Como — ed avevan ragione d'esser stanchi — Partiti la mattina da Varese — avevan marciato tutto il giorno — e poi combattutto, e marciato ancora la metà della notte — Ed era un prodigio per giovani non fatti alla fatica delle marcie —
L'amor sacro di patria, poteva solo sostenere in piedi quella magnifica gioventù Italiana —
Io la feci da veterano: dopo d'aver combinato la formazione d'alcune barricate — allo sbocco di strada verso la Camerlatta — e d'aver contemplato commosso d'affetto, i miei stanchi compagni — sdrajati nelle strade e sulle piazze, io accettai per un momento un'asilo offertomi, credo: in casa Rovelli —
Il nemico aveva ricevuto un forte colpo — Dalla natura del terreno, dai vari combattimenti, e dalla sovrastante notte — v'era da suporre ch'egli aveva molti dispersi — e quindi fosse demoralizzato — Così succedette veramente —
Però, persuaso ch'egli contava circa 9000 uomini — 12 pezzi d'Artiglieria, e un bel po di cavalleria — e noi meno di 3000, con poche guide a cavallo — senza un sol cannone — e pensando: che la posizione di Como, in un fosso dominato da tutte le parti da formidabili alture — tuttociò mi teneva all'erta su quanto poteva succedere il giorno seguente — se avessimo avuto da fare con un nemico intraprendente — Tutti codesti pensieri turbarono il brevissimo mio riposo — e l'alba mi trovò a cavallo, marciando verso la Camerlata, per prender notizie del nemico — Egli aveva evacuato quel punto importante... fu il sommario delle notizie raccolte — e ne fui ben contento — I miei bravi militi erano spossati, al punto, da non augurar loro un combattimento per quella giornata — Si prese possesso della Camerlatta — e si occupò militarmente — I cacciatori riposarono — tutto il giorno — a loro grandissima soddisfazione —