Farini — volpe vecchia — barcheggiava — Io, all'interpellanza di Minghetti: ¿Chi succederebbe a Cipriani? risposi: Farini. E veramente con ciò, si ottenevano due vantaggi — Il primo: era quello dell'unione delle Romagne ai ducati di Parma e Modena — con un governo solo — Il secondo: con Farini, uomo d'intelligenza superiore e di cuore Italiano — si otteneva: ciocchè non s'era mai potuto ottenere coll'altro — cioè spingere all'armamento ed all'unificazione —
Sin dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale, io avevo capito Farini — e s'egli non m'ispirava diffidenza come Italiano — non molta fiducia m'avea ispirato come amico personale — ed all'ultimo poi, m'ero accorto: ch'egli non agiva meco di buona fede. L'ultime mie parole a Farini, nel palazzo di Bologna furono le seguenti: «voi non foste schietto con me» e siccome lui mi rispondeva alquanto alterato — io aggiunsi ancora: «Sì! voi avete la principale colpa di questo pasticcio!»
Devo confessare però, che a Modena, Farini avea fatto molto bene durante la sua dittattura — e che a Bologna — egli continuò a fare lo stesso — A Modena, lui e Frapolli fecero ciò, che nessuno ha potuto uguagliare nelle altre parti d'Italia — in misure energiche, armamenti, organizzazione ecc.
Tutto questo però, non deviava il dittattore, dalla sua condotta poco schietta con me — e mentre egli rimaneva d'accordo sul da farsi a Bologna — lui al governo amministrativo ed io alle armi — scorgevo nel contegno della sua pallida faccia — ch'egli riceveva impressioni avverse dal di fuori — e ch'era disposto ad agire secondo l'aura che soffierebbe dal Piemonte — E l'aura aveva cessato di soffiare favorevolmente per me da Torino — I miei avversari avevano avuto il dissopra sullo spirito del re, influenzato senza dubbio, anche da Parigi — ove la discesa di Cipriani dal seggio di Bologna, e la mia comparsa al comando delle truppe del centro — non piacevano certamente — Io in luogo de' miei avversari — avrei detto: «Garibaldi ritirati!» ma cotesta gente, non era capace di tanta franchezza e cercava invece di allontanarmi — con ogni specie di contrarietà — e miserabili stratagemmi —
Il prestigio mio nei militi, e nelle popolazioni — (sembravami almeno) mi poneva nel caso: di poter operare, anche a dispetto de' miei avversari — Io, non temevo certamente di lanciarmi una volta ancora nel vortice rivoluzionario — ove non mancava d'esservi probabilità di riuscita — ma era una rivoluzione ch'io dovevo iniziare — dovevo sciogliere nella milizia, e nel popolo ogni vincolo di disciplina — Vi era davanti e dietro a me l'intervento Francese: a Roma, a Piacenza, ecc. — Infine la sacra causa del mio paese, ch'io potevo compromettere mi trattennero dal fare. Io aspettavo dal re, qualche cosa — come fummo d'accordo — che doveva: se non autorizzare il mio operato — almeno implicitamente condiscendere — lasciandomene tutta la responsabilità — e pronto a reprimermi — anche se fosse occorso — A tutto io mi sottomettevo — ed a qualunque evento ero disposto — Ma nulla giunse!
Io mandai finalmente il maggiore Corte da Vittorio Emanuele — e fui chiamato a Torino — Giunto nella capitale — mi presentai al re — e m'accorsi subito del cambiamento in lui operatosi dalla mia ultima conferenza — Egli mi ricevette colla solita bontà — ma mi fece capire in poche parole: che le esigenze del di fuori lo obligavano allo Statu quo — e che credeva meglio: tenermi da parte per qualche tempo —
Il re desiderava ch'io accettassi un grado nell'esercito — non accettai ringraziandolo — ma accettai un bel fucile da caccia, ch'egli volle regalarmi — e che m'inviò per il Capitano Trecchi — del mio stato maggiore, mentre io era già in un vagone del treno per Genova — Giunsi a Genova, da Genova a Nizza — ove passai tre giorni coi miei figli — e tornai a Genova per trovarmi pronto al vapore che partiva per la Maddalena — il 28 Novembre 1859 —
Ero pronto alla partenza — avevo il mio bagaglio a bordo — quando trovandomi in casa del mio amico Coltelletti — mi giunse una deputazione di distinti Genovesi — col sindaco della città il Sig.r Moro — Quei signori, mi significarono: che il mio allontanamento sarebbe stato un male in quelle circostanze: io mi conformai a rimanere — ed accettai l'ospitalità offertami dal mio amico Signor Leonardo Gastaldi — in una sua villa di Sestri — ove passai pochi giorni — In quel tempo parlavasi di guardie nazionali mobili — ed il Collonnello Turr — mi disse che il re desiderava di vedermi per combinare qualche cosa a tale proposito —
Giunto a Torino vidi il re — con me sempre buono — vidi Ratazzi ministro, ed assicuro che m'ispirò poca fiducia — Con ambi, rimasi d'accordo, ch'io sarei incaricato dell'organizzazione, della guardia Nazionale mobile della Lombardia — ed io mi contentai di tale disposizione per due motivi — Il primo era quello di poter preparare un buon contingente per l'esercito nella guerra indispensabile, in cui l'Italia dovrebbe necessariamente tuffarsi ancora — Il secondo, di poter collocare in quelle guardie mobili — tanti, de' miei poveri fratelli d'armi, raminghi e senza pane — una gran parte —
Mentre a Torino, io aspettavo la nomina che dovea prepormi alla suddetta organizzazione — e fui visitato dagli egregi patrioti Brofferio, Sineo, Asproni — ed altri deputati liberali — che mi manifestarono voler profitare del mio soggiorno nella capitale per conciliare le diverse frazioni del partito avanzato — scisse da qualche tempo, e che si facevano una guerra indecorosa e nociva alla causa Italiana — solite magagne del nostro povero paese!