Tu genitrice degli Archimedi — porti nella luminosa tua storia — due impronte — che si cercano invano nella storia dei più grandi popoli della terra — Due impronte del valore e del genio — che provano: la prima, che non v'è tirannide per fortemente costituita essa sia — che non possa esser rovesciata nella polve, nel nulla — dallo slancio, dall'eroismo d'un popolo — come il tuo insofferente d'oltraggi —

Questa prima: sono i sublimi — gl'immortali tuoi Vespri!

La seconda appartiene al genio di due fanciulli — che fanno probabili le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni dell'Infinito[86].

Anche una volta — Sicilia! Ti toccava di svegliare i sonnolenti! Di strappare dal letargo, gli addormentati dalla diplomazia, e dalla dottrina — Coloro, che non del proprio ferro armati — confidano ad altri, la salvezza della patria, e così la mantengono nella dipendenza, e nell'umiliazione —

L'Austria è potente — i suoi eserciti sono numerosi; alcuni formidabili vicini — sono contrari per miserabili mire dinastiche al risorgimento d'Italia — il Borbone ha cento milla soldati! E che monta! Il cuore di 25 millioni, palpita, freme d'amor di patria! La Sicilia che lo riassume tutto — insoffrente di servaggio, ha gettatto il guanto alla tirannide —

Essa la sfida dovunque: la combatte tra le mura del monastero — e sulle cime de' suoi estinti volcani — Ma son pochi! Le falangi del tiranno sono numerosissime — ed i patrioti sono schiacciati, rigettatti dalla capitale — ed obligati di ricoverarsi nei monti — ¿E non sono i monti, l'albergo, il santuario della libertà dei popoli? Gli Americani, gli Svizzeri, i Greci — tennero i monti, quando soverchiati dalle ordinate coorte dei dominatori —

«Libertà non fallisce ai volenti»

E ben lo provarono cotesti fieri isolani — cacciati dalle città, e mantenendo il fuoco sacro nelle montagne! Fatiche, disagi, privazioni — che importa! quando si pugna per la causa santa del proprio paese, e dell'umanità!

O Mille!..... In questi tempi di vergognose miserie, giova ricordarvi — l'anima rivolta a voi — si sente sollevata dal mefìte di quest'atmosfera da ladri, e da prostituti — pensando: che non tutti — perchè la maggior parte di voi, ha seminato l'ossa su tutti i campi di battaglia della libertà — non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera — restate, avanzo superbo ed invidiato — pronti sempre a provare ai boriosi vostri detrattori — che tutti non son traditori e codardi — non tutti spudorati sacerdoti del ventre — in questa terra dominatrice e serva!

«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana, là bisogna accorrere» voi diceste: ed accorreste, senza chiedere s'eran molti i nemici da combattere — se sufficiente il numero de' volenterosi — se bastanti i mezzi per l'ardua impresa — Voi, accorreste sfidando gli elementi, i disagi, i pericoli — con cui vi attraversaron la via, nemici, e sedicenti amici — Invano il Borbone col numeroso naviglio, incrociava, stringendo in un cerchio di ferro la Trinacria, insofferente di giogo — e solcava in tutti i sensi il Tirreno — per profondarvi ne' suoi abissi — Invano! Vogate! vogate pure, Argonauti della libertà! Là, sull'estremo orizzonte dell'Ostro, splende un'astro che non vi lascerà smarrire la via — che vi condurrà al compimento della grande impresa — l'astro che scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice — e che scorgevano i grandi che lo successero, nel più cupo della tempesta — la stella d'Italia! ¿Ove sono i piroscafi, che vi presero a Villa Spinola, e vi condussero attraverso il Tirreno, nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo — gelosamente conservati — e segnati all'ammirazione dello straniero, e dei posteri — simulacro della più grande e più onorevole delle imprese Italiane? Tutt'altro — essi sono scomparsi! L'invidia, e la dapoccagine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro vergogne!