Come nel 60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma — con direzione a Reggio — Allora avevamo per avversari i borbonici — che si cercavano per combatterli — Oggi stava davanti a noi l'esercito Italiano, che si voleva evitare a qualunque costo — ma che pure a qualunque costo ci cercava per annientarci —

Le prime ostilità contro di noi, furono commesse, da una corazzata Italiana — che costeggiando il littorale parallellamente alla direzione nostra, ci regalò d'alcuni tiri di moschetteria, obligandoci ad internar la gente per metterla al coperto —

Alcuni distaccamenti inviati da Reggio — con ordini ostili — assalirono alcuni dei nostri che marciavano di vanguardia; invano si fece sapere loro, che non si voleva combattere — invano — la loro intimazione era di arrenderci — e non volendolo com'era naturale — conveniva fuggire alle loro scariche fratricide —

A tale stato di cose — e per scansare un'inutile spargimento di sangue — io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte — Le ostilità dell'esercito Italiano contro di noi — ebbero la naturale conseguenza di spaventare le popolazioni — e renderci gli approvigionamenti molto difficili — I miei poveri volontari mancavano d'ogni cosa, anche del più necessario: l'alimento — e quando si poteva, per miracolo, incontrar qualche pastore — con gregge — questi non voleva con noi trattare — peggio che se fossimo stati briganti —

Infine, noi erimo tenuti per scomunicati, e fuori legge — i preti, ed i retrogradi — avendo poca difficoltà, a persuaderne, quelle buone ma rozze popolazioni —

Noi erimo però la stessa gente del 60 — e la nostra meta era tanto nobile, quanto quella di prima — Eravam certo meno favoriti dalla fortuna — e non fu la prima volta — ch'io vidi le popolazioni Italiane inerte — ed indifferenti per chi le voleva redente —

Non così la Sicilia — io devo confessarlo — e quel popolo generoso — fu fervido nel 62 come avanti — Egli ci diede i migliori della sua gioventù — e fra i provetti, il venerando barone Avizzani, di Castrogiovanni, che sopportò come un giovinotto le grandi privazioni e disagi della campagna — E furon molti i disagi e le privazioni! — Io, vi ho sofferto la fame — e mi figuro: molti dei miei compagni, più di me la soffersero —

Infine dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili — l'alba del 29 Agosto 1862 — ci trovò sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati — Alcune patate mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento — prima crude — passato poi il primo orgasmo della fame — se ne mangiarono arrostite.

E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della Calabria — Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le difficoltà di comunicazioni — ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi abitanti — con abbondanti provviste — di frutta pane ed altro — L'imminente catastrofe però ci diede poco tempo per profitare di tanta benevolenza —

A Ponente, alla distanza d'alcune miglia — si cominciò a scoprire, verso le 3 p. m. la testa della collonna Pallavicini, destinata ad attaccarci — Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata — troppo debole, ed esposta ad esser accerchiata — ordinai un cambiamento di campo verso la montagna — e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona l'Aspromonte — ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte verso i nostri assalitori —