E se l'esercito papalino — non era suffiente — come non lo fu — lì, stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte — e, mi fa orrore il pensarlo — anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! —

¿Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perchè non si doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) —

Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli d'Italia, e di mercenari stranieri — come lo furono le pianure di Capua, sette anni prima — E la causa per cui pugnavano i militi che avevo l'onore di comandare — era sacra nell'Italia meridionale — quanto quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del mondo! —

Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di Mentana —

Già dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente — dacchè cominciò la nostra ritirata dal casino dei Pazzi — e il motivo della loro propaganda era falso — senza ragione alcuna —

Per chi ha senno, è ben facile concepire: non esser tennibile la posizione nostra sotto le mura di Roma — all'arrivo dei Francesi — e per la composizione delle forze che comandavo — In uno stato d'ogni bisogno — senza artiglieria, ne cavalleria — Infine incapaci di poter far fronte a una seria sortita — anche dei soli papalini — e senza mezzi — se pure non ci avessero attaccati — di sussistervi due giorni —

Padroni invece di Monterotondo — che trovasi anche alla vista di Roma — eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi — con posizioni dominanti — e ad una distanza da potere pressentire il nemico — quando ci fosse venuto sopra —

Tuttociò, però dalla parte dei Mazziniani erano pretesti — e non bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo — la potenza del pretismo, ed il sostegno del Bonaparte — No! anche loro, come sempre, dovevano giungere a dare il calcio dell'asino — a chi non aveva altra aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. «Noi faremo meglio» mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono uomini della Monarchia — a Lugano nel 1848 — E vedete che data da molto tempo la guerra a me fatta, a punta di spillo dai Mazziniani —

«Andiamo a casa a proclamar la Republica — e far le barricate» dicevano ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 — E veramente, era molto più comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano — di tornarsene a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per coprirsi — mancanti di molte cose necessarie — con, contro di noi l'esercito nostro — ed i papalini e Francesi che bisognava combattere. Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a Mentana — e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei milla uomini — vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente — di una metà della gente — lascio pensare dico: a che punto di moralità, e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti volontari —

Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana — e potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti — Ma è alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli — come non devo accennarli a quella parte eletta della gioventù nostra da loro traviata! —