—Finora è bello.

E non ne cavate altro. Smargiassate od anche semplici promesse non ne fanno mai o se ci cogliete qualcuno, dite pure che non è dei buoni. Non cercano mai di adescare gli inesperti alle [pg!167] gite rischiose, le sole che fruttino loro un guadagno considerevole. Al più, li invogliano, lodando la vista e attenuandone le fatiche, alla scalata di qualche picco di secondo o di terz'ordine, dove il peggior rischio è di farcisi tirare a braccia o di lasciarci un polmone, ma lo fanno senza importunare, ma raccolgono, non intavolano il discorso. Stimolano bensì alle grandi ascensioni gli alpinisti provetti, ma allora più che il pensiero della paga li muove una smania di avventure, una specie di amore per l'arte, tanto che ne conosco di quelli che ci si misero, e d'inverno, senza toccare un quattrino. Amano la montagna come tutti i montanari, ma mentre la tenerezza solita del montanaro proviene da certa sua indole timida e sospettosa e si chiude nella conca che lo vide nascere, la loro comprende tutta l'Alpe desolata ed inesplorata, anzi tutte le maggiori sommità della terra. Parecchie guide valdostane di Valtournanche, seguirono il Wimper nelle sue escursioni sulla Cordilliera delle Ande, e ve ne hanno oggidì sulle montagne dell'Africa centrale. L'Alpe domestica e agevole, non li alletta e non li contenta. Finchè durano le piante e l'erbe, essi sembrano patire l'afa e la noia estive, e camminare e respirare a disagio; il loro volto non si rischiara, il loro ingegno non s'apre. Amano l'alta montagna, per il suolo che va studiato, [pg!168] per l'aria che vi si respira, per gli spettacoli grandiosi e selvaggi che presenta, per le fatiche, le lotte, i rischi ed i trionfi; l'amano con impazienza di lottatore, con orgoglio di domatore; si compiacciono dell'omaggio che le recano da ogni parte del mondo uomini gagliardi e sapienti di gran stato e di gran nome e da quell'omaggio ricavano per lei un sentimento di rispetto, una smania grande di penetrarne i misteri e la confusa convinzione che ad essa mettano capo tutte le forze della terra. Forse sono presi inconsciamente da quella curiosità immaginosa dell'al di là che danno tutti gli ostacoli che contrastano l'orizzonte.

Inoltre la consuetudine con gente colta e dotata spesso di certe qualità artistiche, li ha educati ad esercitare la facoltà ammirativa ed a collocare degnamente la propria ammirazione che per virtù della nativa compostezza esprimono sempre con misura. Non hanno del Cicerone nè la verbosità spesso balorda, nè il frasario ammirativo mandato a memoria. E sopratutto non hanno la supina e stucchevole servilità.

Questo se vogliamo è pregio di tutti i montanari, fra i quali ne troverete di tardi, di corti, d'ispidi, di sospettosi, litigiosi, permalosi, avari, ingordi talora, ma di servili mai, o pochissimi tornati inciviliti dalla pianura. La montagna grave [pg!169] e pensosa, li ha fatti gravi e pensosi, ha dato loro, non so se un sentimento di dignità, ma certo la coscienza della miseria umana comune a tutti gli uomini e con questa una filosofia incurante e quasi disperata. I movimenti tardi e grevi del corpo, non concedono loro la pieghevolezza servile: non sanno costringere alla loquacità ossequiosa l'indole taciturna. D'altronde l'uomo non si fa servile che in mezzo al fasto ed all'ozio, ed essi non conoscono nè l'una cosa nè l'altra. Il fasto dei gran signori non può salire ne spiegarsi in quei luoghi disagevoli e la vita dura che essi menano costa loro così caro che non arrivano a persuadersi ve ne siano di quelli che l'hanno piana e per nulla. Quando vedono gli alpinisti affrontare le improbe fatiche del cammino, essi cui il riposo è tanto arduo premio, non possono credere che quelli ne rifuggano per diporto e li sospettano di mire occulte. Il villano in cui v'imbattete per strada vi domanda se salite per radici o fiori medicinali o per rintracciare la miniera, la favolosa miniera dell'oro o dell'argento, tradizionale sogno di quelle menti. Vi attribuiscono un lavoro facile e proficuo in sommo grado, oggetto di loro invidia infinita, ma l'ozio assoluto eccede la nozione che essi hanno del benessere concesso all'uomo.

[pg!170] Le guide poi non hanno col forestiero quel solo superficiale contatto che dura quanto la visita di un museo, nè sono in tale numero da disputarsi a furia di profferte il cliente, nè la paga che ne tirano è così sproporzionata al servizio da doversene mostrare riconoscenti. La forzata convivenza di più giorni crea fra la guida e l'alpinista una dimestichezza accresciuta dalle difficoltà e dai pericoli dell'impresa. Troppo spesso l'uomo vi è ricondotto a quello stato primitivo nel quale la suprema nobiltà consiste nella forza dei muscoli e nella accortezza dell'ingegno. Dacchè comincia l'escursione, è stabilita fra quanti vi partecipano una perfetta eguaglianza di fatiche, di ristoro e di pericoli, e può seguire che l'ultima goccia di cognac rimasta, sospiro di tutta la comitiva, tocchi alla guida anzichè al Lord e Pari d'Inghilterra. La guida conscia di dover mettere, occorrendo, la vita per salvare quella del temporaneo compagno, sente che l'importanza dell'obbligo è tale da non doverne essere ripagato di sola moneta; locchè non scema, anzi accresce la sua premurosa sollecitudine, ma questa è rivolta ai bisogni essenziali ed ha un fare spontaneo come di larghezza gratuita. Nelle capanne di rifugio che la provvidenza del Club Alpino, o l'accortezza di qualche albergatore, costrusse in mezzo alle più selvaggie solitudini delle [pg!171] Alpi, essi apprestano non richiesti e tacitamente al viaggiatore quante maggiori comodità il luogo può fornire, non serbando a se stessi che il pretto necessario, cioè tanto spazio di roccia nuda che basti per starci al chiuso. Se la comitiva è numerosa e le guide non ci capiscono tutte, si danno il cambio per turno, mezze alla sosta e mezze all'aperto. Seduti sul limitare nella notte glaciale e solenne, discorrono fra di loro a bassa voce fumando e ridendo per arguzie piene di sapore paesano e quando, innanzi l'albeggiare, spira dalle vette nitide di verso levante la prima larga folata di vento mattinale, al cui soffio la neve si fa più dura e stagnano tutti fino al fondo i rigagnoletti, allora si martellano di pugni il petto e le coscie, perchè il sangue impigrito e la stanchezza non li abbandonino ad un sonno mortale. Buona e salda gente, che il domani di una tale notte si mostrano svegli e disposti alle più dure fatiche, senza che una parola crucciata, senza che una ruga del fronte tradiscano lo scontento del disagio sofferto. Se il forestiero ne li ringrazia, negano allegri disagio e fatica, se trova che gli dettero il suo e nulla più, sono disposti a convenirne sinceramente. Infatti non sono servizievoli per mera cortesia, ma anche per un sentimento profondo di giustizia e di equilibrio, e per saggezza. Sanno che al meno forte e meno [pg!172] agguerrito occorrono più riguardi, sanno che la montagna è tale che bisogna affrontarla con tutte vive le attività della mente e del corpo e sanno che una notte bianca non scema loro un'oncia di vigore mentre ne dimezzerebbe l'uomo disavvezzo, della pianura. Sono generosi come tutti i forti, perchè non sostengono la vista della debolezza.

Ma se a suo tempo concedono, a suo tempo vogliono e sanno comandare. Una volta giunti nei luoghi dove il pericolo può essere continuamente imminente, prendono occorrendo un accento tronco ed imperativo di capitano. Ad essi la scelta della via, e l'ordine della brigata. Se giudicano sconveniente la salita, non c'è strepito di viaggiatore temerario che li faccia procedere. Qualche alpinista vanitoso e ignorante, intestardisce nel proposito e li minaccia nella paga, ma è fiato gettato e c'è da pigliarsi delle male parole, e da esser rimenato a forza. Qualcheduno riuscì a piegarli deridendoli per vigliacchi, ma allora l'escursione precipitò quasi sempre in tragedia e ci rimasero, di buon giusto, il viaggiatore e, a torto, la guida.

Ricordo che una sera a Gressoney capitarono, scendendo dal Colle d'Ollen, dopo di aver valicato il Lysjoch, due alpinisti che io conoscevo. Avevano una guida caduno e fra queste [pg!173] il buono e famoso Maquignaz di Valtournanche. Appena giunti all'albergo, i due domandarono con grande inquietudine se quel giorno o la sera innanzi fosse arrivato un loro compagno con una guida. Alla nostra risposta negativa spacciarono sull'atto, accoratissimi, un pedone all'albergo dell'Ollen lontano cinque ore, a recarvi l'esito infruttuoso dell'inchiesta e ad ordinare una battuta esplorativa per i ghiacciai e le giogaie circostanti.

Il Maquignaz lasciava dire, lasciava fare, e lasciò partire il messo senza mettere verbo, sorridendo nella barba e mostrando negli occhi una lontana compiacenza trionfatrice che ebbi, conoscendolo, per segno sicuro di buon augurio.

—Morti non sono, lo giurerei, ma una gran pauraccia l'hanno avuta di certo e non hanno dormito sulle piume.

E dopo un momento aggiunse a mezza voce, ammiccandomi: