—Avete torto: la paga va per i servigi che mi rendete, non per la buona compagnia che mi avete fatto. Quando vi avrò pagato, mi rimarrà di voi una memoria migliore che non [pg!182] delle altre guide che ho conosciuto; voi siete diverso dagli altri: sempre quando mi date la mano per superare un passo difficile, mi viene fatto di ringraziarvi come un compagno disinteressato, un compagno d'elezione. Voi fate la guida con grazia signorile.

—È inutile, non bevo, non voglio bere.

Si levò turbato e andò diritto a dormire.

La mattina del domani era di buon umore più che non fosse mai stato per l'addietro. Salendo la Betta Forca canterellava certe nenie nel tedesco corrotto di Gressoney, chiudendole con quei trilli che passano per tirolesi e sono di tutti i pastori dell'Alpi. Fra una canzone e l'altra era verboso e gaio, raccontava mille aneddoti salati e mille facezie grosse e grasse da stalla e se la rideva da sè, rivoltando fra i denti la cicca di tabacco che non gli avevo mai veduto prima d'allora. Ad ora ad ora pareva si compiacesse di attardarmi per strada, di raddoppiarmi il cammino, andava di qua e di là come un bracco, raccogliendo fiori e fragole che mi portava sorridendo; altre volte prendeva la corsa lasciandomi indietro di gran passi, poi mi aspettava e mi gridava dall'alto: coraggio, signore, coraggio, signore, fra un'ora saremo sui pascoli di Gressoney, in vista della mia cara vallata! Ah, ah, vedrete come è bella, come è [pg!183] tutta bella verde, colore di speranza. È l'ultima tappa che facciamo insieme, allegro signore! E terminava col solito trillo acutissimo, agitando al vento il cappello adorno di un bel fiocco di Edelweis. Aveva gli occhi lucenti, il viso animato, lo si vedeva grillire di piacere e d'impazienza, pareva un innamorato che corresse all'amante.

—Vedete lassù quel seno, dove c'è un muro grigio di pietre? quello è il colle, signore.

—Là, dove spuntano quelle lingue di nebbia?

—Appunto. Ahi ahi, quelle lingue di nebbia annunziano tempesta: sono cattive lingue, signore, cattive lingue che salgono da Gressoney, dal mio paese, dal mio paese. Presto, presto, prima che arrivi la tormenta.

In un batter d'occhio il cielo s'era oscurato: la nebbia invadeva invadeva, serrata, uniforme finchè andò a posarsi all'ingiro sui fianchi delle montagne, tagliandone con una riga diritta tutte le cime e livellandole. Il colle non si vedeva più; camminavamo allora in un ripiano erboso, il cielo sospeso a pochi palmi sopra di noi. Che tempaccio orribile! Non era la burrasca sfrenata che arresta i più coraggiosi, li costringe a cercare ricovero e fa confortevole ricovero qualunque cavo di roccia, tanto si scatena furiosa ed irresistibile; ma una sorta di bufera stagnante [pg!184] muta e fredda come la morte. Le nuvole lambivano i nostri cappelli e stavano immobili gravi di più giorni di pioggia e di neve: ancora pochi passi ed immergemmo in esse la testa e poi tutta la persona. Io mi godevo la dolcezza sottile di quel contatto come una carezza morbidissima e velenosa, e ripensando i versi di Dante, là dove incontrata l'ombra di Casella e fatto per abbracciarla:

Tre volte dietro lei le mani avvinse

E tante si tornò con esse al petto,

brancolavo curioso in quella sostanza tangibile ed inafferrabile, della quale è impossibile discernere e concepire la forma, il volume ed il colore e che si manifesta contemporaneamente a tutti i sensi; al tatto, cui pure cede senza resistenza; all'olfatto ed al gusto, che non riescono a dar nome nè al suo odore, nè al suo sapore; all'udito, che in essa perde suoni vicinissimi e ne percepisce nettamente e capricciosamente dei lontani; ed alla vista, che vi riposa in una luce fievole e diffusa. Ma fu breve compiacenza; a poco a poco sentii i panni che mi vestivano diventar leggieri e mi parve di essere nudo nella tempesta. La mia guida mi incorava colla voce a salire; ma l'ascesa, divenuta più erta mi toglieva il respiro; poi venne un soffio di vento [pg!185] a scompigliare, senza diradarlo, l'enorme viluppo grigio che mi avvolgeva; un vento gelato che mi fece correre per il filo della schiena i grossi brividi della febbre e mi lasciai cadere sull'erba sfinito, senza voglie, in preda ad uno smarrimento simile a quello del sonno a lungo sospirato, di cui la coscienza assopita ma non sorda, avverte la venuta e pregusta la dolcezza. Allora Lysbak mi levò di peso e rimessomi sulle gambe e presomi a braccetto, si diede a salire correndo, trascinandomi dietro a forza; lo sentivo soffiare come un mantice e quando giunto sulla vetta sostò un momento per prendere fiato, lo vidi grondante e fumante di sudore.