Appena aperta la porta, sentii sul viso il tepore umido che saliva nella stanza per le tavole dell'impiantito.
[pg!188] Delle due donne che sedevano accanto al fuoco, la più giovane mi venne incontro senza parlare e andò frettolosamente a serrar fuori la nebbia. Oh il confortevole aspetto di quella stanza! Calda, pulita, le pareti rivestite di tavole, un gran letto alto e largo, un bel fuoco fiammeggiante, e padrone di casa due donne vestite di panno scarlatto, belle tutte e due, certo madre e figliuola. Il loro vestire e gli arredi intorno accusavano una solida agiatezza; la più giovane calzava stivaletti cittadini allacciati sul collo del piede e colla punta inverniciata; l'altra portava anelli d'oro alle dita e polsini di lana finissima. Tutte e due si affaccendarono a servirmi. La madre andava e veniva dalla stanza vicina, stendeva la tovaglia sulla tavola e vi disponeva la scodella di maiolica bianca, la posata lucente che pareva d'oro, il bicchiere e la bottiglia del vino; la figliuola, china sul fuoco al mio fianco, soffiava gonfiando le gote perchè bollisse presto l'acqua del caffè.
Mi sentivo rinascere, e nella pienezza del mio benessere avevo scordato affatto quel povero uomo che mi aspettava là fuori nella nebbia gelata: sua colpa, d'altronde; perchè intestarsi a non salire? La ragazza aveva raccolte e chiuse fra le ginocchia le pieghe della sottana, che non le giungesse il fuoco, cosicchè il panno [pg!189] teso disegnava una salda giustezza di forme. Ad ogni soffio, il seno coperto appena da una camicia di tela bianca di bucato, si gonfiava visibilmente e pareva volesse uscire dal busto aperto sul petto a forma di cuore. Le guancie arrossite dalla fiammata, prendevano uno splendore sanguigno stimolante, mentre essa mi lanciava di sottecchi delle occhiate furbe, sicura di far colpo. E quando le ebbi detto che era bella, mi rispose in modo da lasciare aperto l'adito al discorso anzi da avviarlo; certo la ragazza ci stava alla celia, se non mi fosse durato l'avvilimento per la giornataccia sofferta.
Quando fui ristorato, mi prese un vivo desiderio dell'albergo, di una camera mia dove mutarmi d'abiti e dormire fino al domani senza pensiero d'altro cammino. E poi era appena il mezzogiorno, che fare lassù tante ore? E la mia guida? Pagai largamente il ristoro ricevuto e benchè le due donne mi invitassero a rimanere, uscii pieno di coraggio.
Il tempo non era mutato; lo stesso fumo rassegato di poc'anzi: pareva il tardo crepuscolo di un giorno di gennaio. E Lysbak? Dov'è Lysbak? Guardandomi intorno intensamente mi parve di scorgerlo a pochi passi smarrito nella nebbia. Era là, solo, avvolto nel cielo mobile ed invernale, seduto sopra un sasso, i gomiti [pg!190] sulle ginocchia e la testa nelle mani, fissando la tempesta. Quando gli fui dappresso si levò in piedi: era livido, batteva i denti, aveva gli occhi stanchi come per la veglia di un mese, la grama giacchetta abbottonata stretta stretta alla persona, la barba stillante.
Mi sorrise con tristezza, senza rancore e mi disse:
—Siete riposato? Avevate ragione, è un gran tempaccio, fa bene un po' di ricovero. Andiamo?
Mi sentivo rimordere come di una cattiva azione. Mentre stavamo per muovere, la ragazza si fece sull'uscio di casa gridando:
—Siete ancora lì, signore?
Al mio sì, scese la scala e venne verso di noi.