In luglio di quell'anno stesso, Natale sperò per un momento di aver riconquistato la pace e l'affetto della famiglia. Quel tale Frantz che era salito per levar Daniele dal crepaccio, accompagnando un giorno due Inglesi attraverso il ghiacciaio dell'Aventina, vide lontano sulla neve, giusto nel punto dove era caduto Daniele, una macchia nera che non gli era mai apparsa gli anni addietro. Una roccia non poteva essere, in quel luogo il ghiacciaio era altissimo e compatto.

[pg!215] —È Daniele—pensò.

Le ghiacciaie respingono spesso i corpi inghiottiti; i crepacci, chiudendosi dal basso in alto, li fanno risalire fra le pareti liscie e li ripongono alla faccia del sole.

Frantz aveva indovinato. Il corpo del povero Daniele stava disteso sulla neve, riconoscibile come se fosse morto poche ore innanzi; solo la guancia esposta al sole prendeva ad allividire, ma l'altra ed il resto della persona duravano intatti.

Gli Inglesi acconsentirono volentieri di tornare indietro a recare la gran notizia alla famiglia; ed ecco tutta Gressoney in subbuglio e Natale risalire un'altra volta su quelle pianure mortali con quanti erano uomini validi in paese. L'incontro fu tragico e silenzioso. Al cospetto del padre, Natale durò un gran pezzo immobile, colle mani sul petto, a fissarlo senza lacrime nè singhiozzi. Quando lo scossero, perchè occorreva discendere, disse:

—Povero padre, ti ho voluto bene, io!

Fu la sua orazione funebre. Poi lo mise da sè nel sacco che legò alla bocca con mano ferma e non volle che altri portasse il doloroso carico al villaggio.

Come furono in vista di Gressoney, le campane rintoccarono a morto; come vi giunsero, [pg!216] tutte le donne ed i pochi uomini rimasti fecero ala al corteo. La stagione estiva era appena in principio, non c'era forestieri nel villaggio; le vesti rosse risaltavano sole sulla tinta petrosa dei muriccioli e sullo smalto dei prati. La mandria non essendo anche salita alle alte montagne, suonava sull'erba l'accordo placido delle vacche pascolanti; la scena aveva una dolcissima intimità paesana e famigliare, si sentiva che tutti erano parenti, nati tutti sotto quel poco cielo, all'ombra grave di quei monti. La novità del caso metteva nell'animo di tutti una trepidanza sospettosa di miracoli: i vecchi vedevano passarsi dinanzi l'amico durato vegeto nella morte, ai giovani appariva sensibile e reale l'oggetto del più affascinante fra i racconti uditi negli anni infantili; quel morto ringiovaniva i viventi.

Maria Maddalena e la figliuola stavano fra le donne in seconda fila, quella singhiozzando da rompersi il petto, questa pallidissima e gli occhi sbarrati. Natale ebbe appena veduta la figliuola che dovette cedere il carico ai vicini. Le gambe gli tremavano e fu per cadere; aperse le braccia, si tirò sul petto la fanciulla con impeto selvaggio di tenerezza come se quello solo potesse essere il suo sostegno e scoppiò, baciandola, in pianto dirotto.

[pg!217] La sera dopo seppellito Daniele, la famiglia parve tornata ai giorni tranquilli, quando Lena era piccina. Natale, superstizioso, pensava che suo padre era riapparso sulla faccia del mondo per comporre gli animi discordi, e lo disse; e le donne a commuoversi e ad abbracciarlo. L'indomani scese ad Ivrea e vi ordinò una bella colonna di serpentino portante nel mezzo una lastra d'ottone con suvvi inciso il nome di Daniele Lysbak e reggente una croce.