G. — Giorgio Pallavicino e gli altri, che più facilmente avvicinano il Re ed i Ministri, si dieno le mani attorno; che mettano insieme de’ mezzi; che non mi lascino così sull’arena.

F. — Sì, te lo prometto.

E ciò, superfluo a dirsi, non perchè nell’animo dell’eroe si fosse intiepidita la fiducia nella rivoluzione e nelle armi popolari; ma per quella ragione già espressa al Foresti: che vedeva ormai la necessità di far tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie, e di attendere dal Governo la spinta. Era in sostanza l’idea che Daniele Manin e Giorgio Pallavicino si studiavano in quei giorni d’incarnare nel nuovo partito nazionale da essi immaginato: sottoporre ogni ragione di parte ed ogni questione di forma all’intento supremo dell’indipendenza e dell’unificazione d’Italia; accettare la Monarchia di Savoia, se essa accettava di fare l’Italia; fidare al Governo di Vittorio Emanuele l’arbitrato e l’imperio dell’impresa nazionale, spingendolo coll’agitazione, secondandolo, se era d’uopo, coll’insurrezione, ma lasciando a lui solo la scelta del modo e dell’istante.

Ora nessun documento, a parer nostro, rispecchia più fedelmente le idee e le opinioni del nostro Garibaldi in quell’anno, del dialogo da noi riferito. Era il momento in cui i conati d’insurrezione e i progetti di spedizioni pullulavano da ogni parte. Il Mazzini apparecchiava una delle sue solite scorrerie nell’Appennino apuano; il siciliano Francesco Bentivegna chiamava alla riscossa, con ardimento infelice, l’Isola natía; i patriotti napoletani, capitanati principalmente da Enrico Cosenz, tramavano, colla Legione anglo-italiana, uno sbarco nel Regno,[177] e tutti questi, e quanti altri com’essi covavano progetti di sommossa o di congiure, mettevano capo a Garibaldi; e quali per capitano, quali per iniziatore, quali per ausiliare, tutti facevano assegnamento sulla virtù del suo braccio e sulla magía del suo nome.

E Garibaldi non si rifiutava, non poteva rinnegare la propria natura, ma non incoraggiava nemmeno; prometteva di seguire, ma rifuggiva dall’iniziare; suggeriva, stile insolito, cautele e temporeggiamenti, e si teneva sciolto da ogni impegno. E qui si conviene esser giusti. Il programma dell’egemonia piemontese, o come altri lo dice, dell’unità sotto Casa Savoia, non fu un trovato esclusivo e privilegiato di chicchessia; scaturì per virtù propria dalle viscere stesse della nostra storia, si svolse naturalmente da tutte quelle serie di avvenimenti che dal Quarantotto in poi corressero, se non mutarono, l’indirizzo della rivoluzione italiana e ne apparecchiarono il trionfo. La impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari, la sfacciata complicità dei Principati domestici colle signorie straniere, l’uso sapientemente moderato della libertà fatto dal popolo subalpino, la politica schiettamente nazionale del suo Parlamento e del suo Governo, e infine, più possente di tutte, la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; queste furono le prime e vere cagioni di quel grande e provvido primato della Monarchia piemontese, d’onde sorse l’Italia. Senza l’accordo provvidenziale di questi tre grandi fatti; senza la condotta antinazionale e liberticida degli altri Principi d’Italia, che spegnesse nelle collere popolari le ultime reliquie delle fazioni municipali; senza il fallimento ripetuto della parte repubblicana, che faceva parer accettabile anche a’ più radicali la Dittatura regia, certo l’assorbimento dei vecchi partiti rivoluzionari in un grande partito nazionale, monarchico ed unitario sarebbe stato assai più lento; e il risorgimento italiano, tra martirii e strazi novelli, differito a un giorno imprevedibile.

E certo l’ultimo tratto alla bilancia lo diede la spedizione di Crimea. Invano s’ostinavano a negarlo gl’increduli, a fraintenderlo i ciechi, a schernirlo e ripudiarlo i settarii; l’alto fatto parlava da sè. Quella schiera di prodi che il conte di Cavour spediva col vessillo tricolore in pugno a combattere fra i primi eserciti d’Europa, portava nelle pieghe del suo vessillo, l’Italia; quella modesta, ma onorata vittoria di Traktir, era vittoria italiana; quelle alleanze, o quelle amicizie, onde il grand’uomo di Stato afforzava e muniva il Piemonte, erano forza e scudo d’Italia; quella voce ardita ch’egli faceva suonare ne’ Consigli europei era per l’Italia; tutta, insomma, quella breve, ma gloriosa pagina di storia del piccolo paese a piè dell’Alpi, era storia ormai di tutta Italia; e la nazione in suo segreto non esitava più a commettere le sue sorti a quel Re e a quel Ministro, che l’avevan difesa a viso aperto e fatta rivivere fra le genti civili.

XXII.

Tutto ciò però ampiamente concesso, importa restituire a ciascuno il suo. Grande il merito del Piemonte, grandissimo quello di Vittorio Emanuele e del Cavour; ma non spregevole, non dimenticabile, quello degli uomini, i quali indovinarono per i primi il segreto della loro politica e ne propagarono l’idea. E tanto più meritevole, in quanto che essi medesimi, cresciuti in una fede diversa della monarchica, dovevano troncare il filo della propria tradizione e rompere in visiera coi partiti, ai quali erano sino a quel giorno appartenuti. Però la difficoltà vera dell’impresa assunta da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino era non tanto di dare una formola ad un concetto per sè definito e palese, quanto di evangelizzarlo fra genti diverse; di farlo accettare insieme dai repubblicani, dai rivoluzionari e dagli autonomisti di tutti i colori, di scomporre i fasci de’ vecchi partiti, e di ricomporre coi loro frammenti il fascio d’un nuovo grande partito nazionale. Ed al compimento di questo disegno potrà essere dubbio se più abbia cooperato il patrocinio onde li fiancheggiava il conte di Cavour, o l’adesione aperta che gli aveva data Giuseppe Garibaldi; ma infine, nella misura delle forze e delle influenze loro, tutti concorsero all’opera, e Garibaldi, pel primo, li secondò, poi li precorse e fin’anco li superò.

Di Garibaldi anzi conviene mettere in sodo un punto. Egli accettò il programma «della Dittatura sabauda,» come egli lo chiamava, senza riserva e restrizione di sorta. Avrà avuto in petto egli pure come il Mazzini un giorno, o come il Manin in quell’anno, il suo: «se no, no;» ma non lo espresse mai; e tutto quanto egli concesse, fu con incondizionata fiducia. Diverso in questo dagli stessi componenti il Comitato dell’Associazione nazionale, che litigavano se il laborioso programma dovesse dire: «finchè, o purchè, o perchè, la Monarchia di Savoia sarà fedele ai patti promessi;» diverso dallo stesso Giorgio Pallavicino, che non sapendo guarire da’ suoi vecchi sospetti contro il Cavour,[178] ricompariva ad ogni istante a mettere condizioni, a esprimere diffidenze, a richiedere pegni che facevan, senza fallo, testimonianza del suo geloso amor patrio; ma che non erano certo buone prove del suo acume politico.

Garibaldi invece è come donna innamorata; una volta che si è dato, s’abbandona interamente. Il 13 agosto visita per la prima volta il conte di Cavour, e il Foresti, che l’accompagnava, così descrive l’incontro: