Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno del Battaglione Anzani: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.

[105]. Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (Manoscritto citato)

[106]. Lo riportiamo dal Cantù, Della indipendenza d’Italia, Cronistoria, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.

[107]. Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto: Episodio storico, ec., del Picozzi, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.

[108]. Nella Concordia del 4 settembre 1848, tolta dal Pensiero Italiano, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:

«Svizzera.
Ultime relazioni della colonna Garibaldi.

Lugano, 31 agosto.

Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.

Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.

Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»