[114]. La Italia, Storia di due anni, scritta da C. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.

[115]. Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.

[116]. L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.

Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — Vedi Torre, op. cit., vol. I, lib. VI.

[117]. Nella Vita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.

[118]. In alcuni suoi Ricordi manoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.

[119]. Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostra Vita di Nino Bixio.

[120]. Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:

Fra i morti, memorabile fra tutti, Luigi Montaldi da Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:

«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»