Garibaldi scrisse al Guerrazzi (Assedio di Roma, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»

Dopo di lui sono ricordati: il tenente Paolo Narducci, romano; Enrico Pallini, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenenti Righi e Zamboni; il capitano Leduch, belga, del quinto reggimento; il brigadiere Della Vedova.

Fra i feriti si leggono: il maggiore Marocchetti, il capitano Pifferi, il chirurgo Scianda, il commissario di guerra Ghiglioni; i tenenti Belli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella (morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il maresciallo Ottaviano, il cadetto Mancarino, il caporale Lodovich.

[121]. Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.

L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.

[122]. Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.

È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.

[123]. Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.

Il Del Vecchio poi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (Vedi Del Vecchio, Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849.)

[124]. Queste ultime sono parole testuali di Federigo Torre, nella sua citata Storia dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128.