Ed ora che ho candidamente esposto il disegno, i mezzi e gli stromenti di questa mia qualsiasi opera, vegga il lettore se io era degno di intraprenderla e la giudichi. La giudichi con severità, se vuole, ma con larghezza. Vegga se in queste pagine vi trova per avventura un Garibaldi più umano e più storico, ma per ciò appunto, se fosse stato colto nella sua vera luce, più bello e più grande, e si pronunci. Non perdoni ad alcun errore essenziale, non assolva alcun giudizio arbitrario, non mi licenzi alcun tratto capriccioso; ma non mi passi al lambicco e al microscopio, non mi danni al foco eterno pel primo peccatuccio veniale, non s’arresti qua ad una data forse non bene accertata, là ad una variante forse non interamente testimoniata, altrove ad una sfumatura di tinte forse non perfettamente indovinata: m’avverta e mi corregga anche di questi falli; ma non mi sentenzi e non mi decapiti per questi. Però se mi troverò in faccia al primo sistema di critica, ascolterò con attenzione le accuse, piegherò il capo a tutte le motivate sentenze e cercherò di fare ammenda delle colpe. Se mi capiterà tra’ piedi il secondo, tirerò via scrollando le spalle e disprezzando. E il disprezzo d’un galantuomo fa poco rumore, ma picchia lo stesso nella coscienza di chi l’ha meritato.
E non mi si ridica quel che già mi son sentito dire a proposito del mio Nino Bixio, che per Garibaldi l’ora della storia non è ancora suonata. Curioso orologio codesta Istoria che per disporsi a suonar la sua ora sta sempre fermo e non comincia mai a battere i primi minuti!
Ma io sospetto forte che codesta frase fatta non sia mai stata altro che il sotterfugio di qualche furbo, il quale non avendo i suoi conti ben chiari colla storia non trova mai il tempo d’aggiustarli. Devo averlo detto altrove, ma è il caso di ripeterlo: la storia è l’eterno divenire hegeliano. I contemporanei la incominciano, i posteri la continuano e la rifanno perpetuamente. Ciascun secolo la impronta del proprio suggello arrecandovi il tributo di nuove idee e nuovi fatti, ma insieme l’ingombro di nuovi errori, di nuovi pregiudizi, e nuove passioni. Però coloro che sperano l’intera verità storica dalla posterità, non sono più saggi di coloro che attendono la rivelazione dell’essere dalla ragione umana. Per essi il Macaulay diceva: «Ritratti o Istorie che possano offrire la verità tutta intera non se ne danno; ma i migliori ritratti, i migliori racconti sono quelli in cui certi lati della verità sono presentati in maniera tale da produrre, con quanta maggiore approssimazione sia possibile, l’effetto dell’insieme.[8]»
E concediamo facilmente che la verità storica posseduta dai viventi sia minore di quella accumulata dai pronipoti; ma a chi appena riguardi vedrà la maggiore ricchezza di questi non essere altro ancora che il frutto e l’eredità del lavoro di quelli. Oltre di che, se la storia contemporanea non può sempre per ragioni d’opportunità o di prudenza tutto dire e tutto svelare, quelle medesime ragioni, quando siano espressamente dichiarate, sono di per sè sole un fatto della storia. Il riserbo che uno storico, coetaneo ai fatti da lui narrati, deve professare per un partito o per una persona tuttora potenti; il pericolo di cadere sotto le forbici d’una Censura dispotica, o la tema di offendere un pregiudizio legittimo od un sentimento popolare, tutti questi ed altri motivi di silenzio o di dissimulazione sono altrettanti indizi delle condizioni di un tempo e d’una civiltà; e quando Tacito ritornava desiderando in quella rara temporum felicitate ubi sentire quæ velis et quæ sentias dicere licet,[9] tratteggiava con un tocco solo l’età dei Claudi e dei Neroni, meglio che avrebbe potuto fare con una intera cronaca di fatti. Lasciamo dunque ai pusilli, ai mediocri ed ai tristi la paura della Storia; gli atleti come Garibaldi, che l’hanno sfidata viventi, che l’hanno scritta col loro sangue e glorificata colla loro vita, non la temono morti.
Ma prima di prendere commiato dal benigno lettore, mi preme di sbarazzare a me il terreno, a lui forse la mente da una ultima obbiezione; un’obbiezione che non mi fu fatta, è vero, direttamente, ma che mi parve risonare con una nota dominante e un ritornello preferito nell’universale epicedio che la terra tuttora sbigottita e commossa non è stanca di sciogliere sulla tomba del suo maraviglioso figliuolo.
Si dice che Garibaldi non è una persona, ma una personificazione; non è un uomo, ma un mito; laonde chi lo aggrava di una cappa storica, e lo costringe nelle seste della critica e lo rapisce ai liberi cieli della leggenda e della poesia, lo offusca e lo impiccolisce. Io non lo credo: io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun canone umano; ma d’altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere al miracolo ed a contribuire ad una deificazione, così persisto nel ritenere che quanto più avremo studiato l’uomo portentoso nelle cause e nelle leggi naturali e storiche che l’originarono, e tanto più il portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica e abbarbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto dall’inestinguibile focolare della verità.
L’Etna è forse il più favoloso e mitologico di tutti i monti della terra: pure soltanto l’alpinista ardito che, di girone in girone, su per le sue spalle di lava, n’abbia raggiunto il cratere, può comprenderne la terribilità maestosa ed evocare nella fantasia i giganti fulminati che vi stanno sepolti. Così di Garibaldi, la sua leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile quanto più s’imbaserà largamente nella Storia, e il Critico futuro sentirà palpitare, sotto la spoglia granitica del nuovo Titano italico, le carni d’un uomo.
Nè la Storia nocque mai alla leggenda; spesso ha sfatato la spuria, fiore artificiale della rettorica letteraria, del fanatismo politico, o della superstizione religiosa; ma ha rispettato quella legittima, frutto della ingenua e calda fede popolare, anzi più d’una volta ha aiutato ad allargarla, a schiarirla, e interpretarla.
Quanto non si è scritto di critica storica, e per tacere degli eroi leggendari di Grecia e di Roma, intorno a Carlomagno e a’ suoi Paladini; al Tell ed a Giovanna d’Arco; al Re Arturo e a Federico Barbarossa! Ebbene, hanno essi perduto alcuna parte della loro poetica vita? V’è egli, non dirò poeta e romanziere, ma storico e filosofo, che neghi o rifiuti, e non adoperi sovente come simbolo e personificazione della nobiltà cavalleresca, della fede, della patria, dell’autorità, della forza, dell’amore, della sventura, quelle romantiche creazioni della medioevale fantasia?
Nè bisogna scordarsi che una trasformazione totale dell’uomo storico nell’eroe favoloso, quale avvenne nella culla del mondo greco o negli albóri del mondo cristiano, non è più possibile. Per sostenerlo converrebbe immaginare non solo un regresso della civiltà fino all’infanzia e quasi alla barbarie, ma una scomparsa universale di tutti i ricordi, di tutti i documenti, di tutti i monumenti della Storia, il che per lo meno è tanto lontano quanto la scomparsa della terra stessa.