Egli oramai aveva tratto il dado, nè anco volendolo poteva più retrocedere. Anzi quella pubblica minaccia gli parve come un avvertimento di rompere gli ultimi indugi; talchè già coperti vari punti della frontiera di Roma di Volontari, pronti a seguirlo il Menotti e l’Acerbi; la mattina del 23 settembre s’incamminava accompagnato soltanto dal fedele Basso e dal signor Del Vecchio, alla volta d’Arezzo, diretto, secondo diceva, e voleva far credere, a Perugia (per ingannare la vigilanza della polizia aveva fatto spedire colà i suoi bagagli); ma proseguendo ratto nella sera stessa di quel giorno per la strada di Orvieto, e andando quella notte a pernottare a Sinalunga a circa cinquanta miglia dal confine orvietano.
Il prefetto di Perugia però non s’era lasciato allucinare e aveva provveduto in guisa che qualunque strada il Generale fosse per prendere, al primo tocco di telegrafo, potesse essere arrestato. E così fu. Garibaldi, ospitato in Sinalunga dal signor Agnolucci, s’era appena coricato, che una compagnia di soldati e carabinieri, venuti da Orvieto, invadeva il paese, circuiva la sua casa, e un luogotenente de’ carabinieri salito da lui, gli intimava senz’altro l’arresto. Il Generale non chiese che il tempo di fare il suo solito bagno: gli fu concesso; e di lì a mezz’ora in biroccino fino a Lucignano, poscia in ferrovia fu tradotto col Basso e il Del Vecchio nella direzione di Firenze. Nemmeno Firenze però era l’ultima meta che gli era stata imposta; il treno ne traversò rapido la stazione, e soltanto a Pistoia sostò per alcuni istanti per deporre il Basso e il Del Vecchio, e continuare di là, senza resta, fino ad Alessandria, dove il Governo aveva deciso che il Generale passerebbe i primi giorni della sua cattività.
A Pistoia però nemmen l’occhio vigile de’ suoi custodi aveva potuto veder tutto. Infatti il Generale era riuscito in quei pochi momenti di fermata a scrivere a matita un biglietto, e prima che il Del Vecchio s’allontanasse a ficcarglielo nelle mani. Il biglietto era un nuovo e più fiero appello all’insurrezione, e diceva testualmente così:
«24 settembre.
»I Romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti.
»Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli — e spero lo faranno — a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.
»Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intiero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abominevole suo nemico: il Papato.
»Caro Del Vecchio — voi non verrete in prigione con me — e farete stampare queste linee.
»G. Garibaldi.»
La lettura pertanto di queste linee e ancora più l’annuncio dell’arresto del Generale suscitò in tutte le maggiori città d’Italia fierissimi tumulti. In Firenze i deputati della Sinistra, raccoltisi in Palazzo Vecchio, firmavano una protesta per l’illegale arresto del loro collega; i giornali avanzati schizzavano fiamme; il popolo inferocito percorreva le vie cercando a morte il Rattazzi, il quale solo al caso di essere entrato per il mal tempo in una vettura pubblica, dovette di non essere subito riconosciuto e d’aver salva la vita. E a Bologna, a Modena, a Milano, a Torino, a Pavia, a Genova, le stesse manifestazioni; a Genova soprattutto, dove la collera per l’arresto del Generale, inasprita dal sequestro delle armi destinate alla spedizione marittima del Canzio, era giunta a tale che la folla diede un vero assalto a Palazzo Tursi.