Nè in Alessandria l’aria era più quieta. Al primo giungere di Garibaldi nella fortezza, anche quella popolazione, comechè spettatrice abituale di tanti prigionieri politici, s’era commossa; e i soldati stessi del presidio, affollati sotto le finestre della cittadella dove il Generale era stato rinchiuso, gli gridavano «A Roma, a Roma!» il che gli fece dire più tardi:[353] «Se avessi detto una sola parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.»
Intanto l’agitazione crescente della Penisola, i doveri della pubblica tutela, le insistenti e quasi insolenti pressioni della Francia ponevano il Governo in terribili frangenti.
Anzitutto che cosa fare di quel prigioniero? Era ancora il medesimo problema d’Aspromonte, ma più intricato forse; giacchè sostenere che Garibaldi fosse stato colto in flagrante non era sì facile assunto, e l’accusa di violazione della immunità parlamentare poteva tornare assai pericolosa. Però dopo molto ondeggiare tra il processo, la libertà incondizionata, la libertà condizionata, Rattazzi si risolveva ad inviare in Alessandria il generale Pescetto, Ministro della Marina, coll’incarico di commuovere l’animo del Generale, e di indurlo, se fosse possibile, a ritornare a Caprera sotto la sola condizione che non avrebbe fatto alcun tentativo per uscirne. Ma il Generale diede a questa proposta un così aperto e secco rifiuto che il Pescetto, dopo aver chiesto e atteso invano per oltre dodici ore nuove istruzioni, s’indusse, sotto la propria responsabilità, a consentirgli il ritorno a Caprera senza condizione alcuna, provvedendo soltanto che non s’indugiasse a Genova e fosse trasferito immediatamente alla sua isola da un piroscafo della R. Marina.
E così avvenne.
Il 27 mattina, in sull’alba delle 4, il Generale usciva da Alessandria e circa due ore dopo smontava nella casa del signor Coltelletti all’Acquasola di Genova. Quivi il popolo ebbro di rivederlo, ma credendolo tuttavia prigioniero, minacciava di liberarlo egli stesso colle proprie braccia; quando il Generale con una lettera ad A. G. Barrili, Direttore del Movimento, nella quale diceva che «a scanso d’equivoci tornava a Caprera libero e senza condizioni,» e con molte altre consimili parole dirette ora in italiano, ora in genovese alla folla, riuscì a quietare ogni tumulto e nella sera del giorno stesso condotto amichevolmente a bordo del regio Avviso l’Esploratore, ricevuto con tutte le mostre d’un illustre viaggiatore, in realtà custodito come un deportato, salpava per Caprera.
VIII.
Ma dietro al corpo di Garibaldi prigioniero restava la sua anima; restava nell’eco infocata de’ cento manifesti e de’ mille discorsi, restava in quelle demosteniche parole: «I Romani hanno il diritto d’insorgere; gl’Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi:» e, se un dubbio fosse ancora possibile, restava in quest’ultima lettera a Francesco Crispi, scritta sulla nave stessa che lo portava a Caprera, e nella quale non sapresti se più ammirare il senso fatidico dell’Eroe che presentiva in un atto di suprema energia la soluzione del grande problema, o la virtù del patriota che non fa della salvezza della patria un misero piato di vanità o di primazia, ed è sempre pronto ad ecclissarsi dietro chiunque inalberi prima di lui il vessillo redentore.
«Caro Crispi,
»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.
»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.