»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.

»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.

»Rispondetemi subito.

»Vostro
»G. Garibaldi.

»27 settembre 1867.»

Ora in cospetto d’una causa così santa e di una fede sì ardente, e dopo tante ripetute manifestazioni della medesima volontà, al punto in cui erano giunte le cose, un dilemma si presentava chiaro ai vecchi garibaldini e a tutto in generale il partito democratico italiano: o sconfessare il loro Capo, rinnegando con lui tutto il proprio passato rivoluzionario e dando una mentita a tutte le idee sin allora espresse in Parlamento e fuori circa al modo di risolvere la questione romana; o continuare l’opera da lui avviata, giovandosi soltanto della sua forzata e temporanea assenza per compierne meno precipitosamente gli apparecchi e sceglierne con maggior ponderatezza l’opportunità e l’istante.

Se non che, come accade sovente, alla concordia nel fine non andava di pari passo l’accordo dei mezzi. Crispi, ormai buttatosi corpo e anima nella congiura, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, tutta in generale la frazione politico-militare del partito garibaldino opinavano sempre che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma, e che qualsiasi anticipato moto di bande, mettendo sull’allarme il Governo pontificio, non potesse che nuocere alla riuscita dell’impresa principale. Menotti, invece, Canzio, Acerbi e qualcun altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del Generale, persistevano a credere che le due mosse dovessero andare parallele; che la insurrezione di Roma non accadrebbe mai, o difficilmente, senza l’esempio e l’eccitamento della insurrezione della campagna, e che questa non potrebbe mai ottenersi se non per mezzo di una irruzione di Volontari che la suscitasse.

Tuttavia il dissidio non era tra amici e commilitoni impacificabile, e già pareva che l’idea dell’iniziativa romana, caldeggiata, più che da tutti, dal Cucchi, che la dava, se il tempo non mancasse alla preparazione, per sicura, e dal Crispi, che oltre a tant’altre ragioni tentava dimostrare non renitente il Rattazzi col quale aveva frequenti convegni, pareva, dico, che quell’idea cominciasse a prevalere; quando ad un tratto, all’improvviso per tutti, una mano di forse centocinquanta giovani, dei quali soltanto un terzo armati di pessimi fucili, capitanati dal trentino Luigi Fontana, uno dei Mille, appiattati fino a quel giorno nelle macchie d’una Bandita viterbese, chi dice spinti dalla fame, chi dalla paura d’essere smacchiati e presi dalle truppe italiane spedite alla loro caccia, passano il confine, si buttano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita vi fanno prigionieri trentadue gendarmi pontifici e s’impossessano della terra.

Fu il trabocco della bilancia: Acerbi e Menotti si credettero impegnati d’onore ad accorrere in aiuto degli arditi che pei primi eransi gettati allo sbaraglio; e tra quei medesimi che fino allora erano stati piuttosto avversi a qualsiasi intempestiva invasione armata, cominciava a farsi strada l’idea che fosse mestieri soccorrere i combattenti e che in ogni caso non si potesse abbandonarli. Ecco perciò Acerbi dar l’ordine alle altre sue genti, che aveva raccozzate nei dintorni d’Orvieto, di sconfinare; ecco Menotti partire per Terni col proposito di fare altrettanto; ecco Nicotera prepararsi ad imitarli. Fra il 2 e il 5 ottobre tutto l’agro viterbese e la Sabina formicolavano di bande. Il 4 era passato Menotti con soli venti uomini; ma il 7 ne aveva seicento, ed occupato Nerola, sul confine sabino, aveva già respinta una prima ricognizione di Pontifici. Il 3, i Garibaldini d’Acquapendente rinforzati da alcune centinaia di camicie rosse, guidate dal maggiore Ravini, occupavano prima San Lorenzo, poi Bagnorea, da dove il 5, dopo un eroico ma sfortunato combattimento, eran ricacciati in disordine su Castiglione; alcune squadriglie stormeggiavano presso Bolsena, ed altre nei dintorni di Viterbo; e finalmente Acerbi, dopo lungo e non bene giustificabile indugio, compariva in mezzo a’ suoi e annunziata la sua prodittatura, piantava il Quartier generale a Torre Alfina.

Che faceva ora innanzi a questa marea crescente il Governo? Urbano Rattazzi fino a quel momento, fino cioè alla passata delle bande, aveva parlato ed agito chiaramente. Tutt’al più qualche eccessivo gli poteva rinfacciare un po’ di lentezza nella caccia de’ Volontari accorrenti a Garibaldi, e qualche reazionario di non aver fino dalle prime fatto man bassa su tutte le libertà, e posta mezza Italia in istato d’assedio; ma insomma gli uomini equi ed imparziali dovranno convenire che un governo liberale in una monarchia costituzionale, in una questione nazionale d’indole così delicata e complessa, come quella suscitata dalla crociata garibaldina, non poteva fare di più. Egli aveva protestato apertamente che disapprovava quel moto e che l’avrebbe, occorrendo, impedito anco colla forza: aveva confermato il fatto col detto, sequestrando, disperdendo, incarcerando: anche i più esigenti conservatori non potevano chiedergli di più. Se non che, quando il torrente malgrado tutti gli sforzi dilagò e parve manifesto che l’arrestarlo non era più possibile senza opporgli dighe di cadaveri umani; quando il fatto si chiarì più forte d’ogni consiglio e il sentimento patriottico soverchiava anche ne’ più prudenti ogni considerazione politica;[354] quando infine la repressione del conato garibaldino poteva parere una sconfessione dell’idea nazionale ed essere interpretata come un atto di paura o di soggezione all’Impero Francese, unico protettore rimasto al Papato, allora il gabinetto Rattazzi non poteva più esitare: o cedere ad altri immediatamente il governo della pubblica cosa (e non sarebbe stato nè onesto nè coraggioso), o secondare arditamente, anzi governare egli stesso il moto che non aveva potuto impedire.