Ma come tutti i deboli e i mediocri, prese non diremo nemmanco una via di mezzo, ma cento viottole torte che non conducevano ad alcuna. Oggi sequestrava i fucili de’ Volontari e domani metteva in mano dei Comitati garibaldini quelli degli arsenali governativi:[355] non permetteva che i Volontari sconfinassero in grosse bande, e li lasciava passare alla spicciolata; conveniva che una insurrezione in Roma sarebbe stata il taglio macedone di tutti i nodi, e largheggiava di danari in suo soccorso e forniva di passaporti coloro che volessero entrarvi ad aiutarla, ma non aveva il coraggio di confessarlo, e soprattutto d’aiutarla pubblicamente; minacciava ripetutamente al Governo francese di occupar Roma al primo annuncio d’insurrezione, e alle troppe parole non faceva mai seguire il fatto. Il solo audace partito di cui si sentì capace fu la istituzione d’una certa Legione Romana, che doveva a’ suoi occhi imprimere il suggello d’un’insurrezione veramente paesana e spontanea a quella che fin allora era stata accusata di importazione forestiera, e forzare anche la più incredula diplomazia a riconoscerne la autentica romanità. Il qual disegno, piccino in sè stesso, ordito ad insaputa dei principali capi garibaldini, e pregiudicato fin dal nascere dal sospetto d’una cospirazione nella cospirazione, finì poi, per le mani indegne cui fu affidato, a degenerare in un vero pericolo ed in un danno reale per l’impresa stessa cui mirava giovare.

Infatti il ministro Rattazzi, fidatosi, con una cecità che riesce tuttora inesplicabile, a certo Filippo Ghirelli, emigrato romano e già maggiore prima di Garibaldi, eppoi dell’esercito, commise a lui non solo l’ordinamento ed il comando della Legione, ma persino il titolo e le facoltà di Commissario regio nel distretto d’Orte; dei quali titoli e facoltà quel nobil campione del valore romano seppe usare così bene che per saggio della sua onestà svaligiò in compagnia del famigerato barone Franco Mistrali la Posta d’Orte; per documento della sua accortezza politica impose una taglia di 25,000 franchi al clero della stessa città; per riprova infine de’ suoi talenti militari tagliò la ferrovia tra Orte e Corese, base delle comunicazioni ferroviarie della rivolta; per la quale ultima prodezza, prima ancora che il Fabrizi lo destituisse, fu cacciato via da’ suoi stessi soldati col grido di traditore.

Ciò non ostante, l’insurrezione si sosteneva, e quantunque breve, ognuna delle colonne invadenti aveva fatto un passo avanti. Il 13 ottobre, Nicotera, dopo un ritardo, a dir vero, poco giustificabile, riusciva a sconfinare a Vallecorsa con oltre ottocento uomini (dei quali peraltro soltanto alcune centinaia armate alla meglio) e s’avviava l’indomani per Falvaterra. Nel giorno stesso Menotti si spingeva fino a Montelibretti, che contrastava all’indomani per tutto il giorno al nemico, abbandonandolo senza plausibile ragione la sera; ma per ricuperarlo al mattino vegnente.[356] In fine il 15 ottobre l’Acerbi, rimastosi immobile tutti quei giorni a Torre Alfina, moveva con tutte le sue forze sopra San Lorenzo, ne sloggiava il nemico e si preparava a marciare su Viterbo, che si diceva pronta ad insorgere al primo apparire delle camicie rosse.

Solo Roma non dava ancora alcun segno di vita, nè lo poteva. Una sollevazione generale, uno di quegli impeti spontanei e irresistibili di popolo, che, senza bisogno di disegni e d’apparecchi, coll’armi sole dello sdegno e dell’amor patrio, fa crollare in poche ore le più antiche tirannidi, in Roma non era possibile. L’infiacchimento degli animi e de’ corpi, naturale effetto della centenaria educazione sacerdotale, e l’idea propagata dalla funesta scuola del Comitato Nazionale, e infiltratasi anche nelle fibre de’ più energici, che unica soluzione sperabile alla questione romana fossero il consenso delle maggiori Potenze cattoliche e l’opera lenta dei mezzi morali, avevano doma, se non ispenta, l’antica virtù del popolo romano, e toltagli la fede di poter da sè solo vendicarsi in libertà. Però sola cosa sperabile e conseguibile in Roma era una sommossa parziale; un colpo di mano degli elementi più rivoluzionari e gagliardi della città (e non abbondavano), preparato artificialmente nel segreto d’una congiura, epperò soggetto ai mille eventi ed ai mille pericoli di tutte le congiure. Affinchè però anche un siffatto colpo di mano potesse riuscire in una città quale Roma, due condizioni erano indispensabili: che il lavoro preparatorio potesse essere condotto con una certa libertà e sicurezza: che in ogni caso le braccia pronte a tentarlo fossero armate. Ora al 16 ottobre Roma non aveva ancora una sola arma da guerra; e quanto a cospirare, la sveglia data alla polizia papale dalla invasione garibaldina, l’aveva reso così pericoloso e difficile che poteva dirsi un vero miracolo se la trama non era dieci volte al giorno scoperta e disfatta. Appena infatti la prima banda ebbe sconfinato, il Governo pontificio lasciò ogni ritegno; e raddoppiati i posti militari; chiuse o vegliate più gelosamente le porte; frugando case ed alberghi; espellendo i forestieri sospetti; mettendo alle calcagna d’ogni patriotta un birro; perlustrando notte e giorno la città; minacciando con pubbliche gride i cittadini, pose Roma, senza dirlo apertamente, in un vero stato d’assedio. Ora introducete armi e cospirate in siffatta città! Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Cella, stretti in lega coi membri più operosi della Giunta Nazionale, lavoravano arditi e indefessi; ma, senza che nessuno osasse confessarlo all’altro, tutti sentivano gli influssi di quel nemico che fin da principio aveva più d’ogni altro cooperato ad accrescere le difficoltà dell’opera loro: la sollevazione intempestiva e forse sterile delle province, che aveva reso pressochè impossibile la sorpresa della capitale.

IX.

Ma torniamo a Caprera. La Gazzetta Ufficiale del 27 settembre stampava: «Il generale Garibaldi avendo manifestato il desiderio di ritornare a Caprera, il Governo, trovando questa intenzione conforme alla sua, vi ha tosto aderito;» ma in queste parole l’organo governativo mentiva a una metà del vero, e ne dissimulava l’altra metà. Mentiva quando diceva che il Generale aveva chiesto egli stesso di tornarsene a Caprera; come vedemmo, posto al bivio dal generale Pescetto o di restar prigione nella fortezza d’Alessandria, o di tornarsene senza condizioni al suo eremo, egli non aveva fatto che appigliarsi a questo partito come al minor male; dissimulava poi la parte più importante della verità, quando taceva che appena toccata terra il generale Garibaldi era stato posto sotto la custodia d’una squadra prima di quattro, poi di cinque, finalmente di nove[357] legni da guerra, e rinchiuso nella sua isola se non veramente come un prigioniero, come un relegato a confino.

Il Generale tuttavia ricusò in sulle prime di credere ad una sì aperta mancanza di fede, e continuando a reputarsi libero de’ suoi passi e delle sue azioni tempestava di lettere e di telegrammi il Cucchi ed il Crispi perchè alla lor volta mantenessero la data parola e mandassero un vapore a prenderlo.[358] Il che nè il Cucchi, nè il Crispi potevano fare: il Cucchi perchè era in Roma; il Crispi perchè sapeva bene quali erano gli ordini del Governo e non poteva sperare di mutarli se non col mutare della politica generale del Governo stesso. E per questo egli scriveva al Generale: «State tranquillo: ottime disposizioni e spero non tarderete a vederne conseguenze;» e per questo il Generale continuava ancora per alquanti giorni a pazientare ed attendere.

Venne però il momento in cui l’inganno non fu più possibile. Agli 8 di ottobre infatti avendo voluto far la prova d’imbarcarsi sopra il vapore postale che tocca periodicamente la Maddalena, un legno della crociera, la Sesia, tirò replicatamente su di lui e forzatolo a montare al suo bordo lo ricondusse a Caprera. Allora finalmente aperti gli occhi all’evidenza, mandò quella specie di ruggito di leone incatenato che suonava così:

«Caprera, 10 ottobre 1867.

»Amici carissimi,