I Prussiani tornarono infatti, men numerosi però che il giorno precedente e forse più per riconoscere e tener occupato il loro nemico che per ritentare l’assalto; ma anche quel giorno i mobiles cui toccava l’onore della prima linea, capitanati dal colonnello Lhost, che vi lasciò da prode la vita, ributtarono gli assalitori, e Garibaldi potè ancora annunciare al governo di Bordeaux: «Oggi combattimento meno serio di quelli di ieri, ma più decisivo, che obbligò il nemico alla ritirata inseguito questa sera dai nostri franco-tiratori.»

Ma l’attacco finale e decisivo il generale Kettler l’aveva serbato per il 23. Ristorato di truppe fresche e d’artiglierie, mosse per la strada di Langres prendendo per obbiettivo il castello di Pouilly, mascherando il suo movimento con una finta aggirante sulla strada Saint-Apollinaire. Ma quel giorno a riceverli c’erano le genti di Ricciotti e del Canzio, che raccolta a Lione un’altra schiera di Volontari italiani e staccati qua e là i frammenti d’altri corpi, era riuscito a formare una 5ª brigata, di cui era stato posto a capo. Il castello di Pouilly, meta della battaglia, fu perduto dai Franco-Italiani, riguadagnato e riperduto tre volte; ma alla fine l’entrata in azione di Menotti Garibaldi sulla strada di Langres, il valor disperato di Ricciotti e di Canzio, una carica di cavalleria sostenuta con sufficiente valore dai mobiles del Jura, ridiedero il contrastato castello in mano ai loro primi possessori. Allora le veci sono mutate, gli assalitori divengono assaliti; e il 1º battaglione del 61º di Pomerania, incaricato di sostenere la ritirata, mirabile di costanza e di solidità, ravvolto da un turbine di fuoco, perde circa la metà de’ suoi, ma non cede il terreno che a notte alta, quando la battaglia era perduta. Ed avvenne così che i franchi-tiratori di Ricciotti entrando nella fattoria dove il 61º aveva fatto le ultime prove, sotto un mucchio di cadaveri e di rovine, accanto al suo alfiere morto, trovarono coll’asta spezzata quella bandiera prussiana, che fu l’unico trofeo di quella campagna, entrato a tener compagnia a quelli di Jena e di Auerstaedt nel Duomo degli Invalidi.

E Garibaldi che tutto il giorno era stato dove più infuriava la mischia e che poco mancò non restasse crivellato da una scarica quasi a bruciapelo, fattagli da una mano di nemici imboscati, Garibaldi salutò la chiusa di quelle tre eroiche giornate con questo manifesto scritto in francese e di cui crederemmo scemare il valore storico, voltandolo in altra lingua.

«Aux braves de l’armée des Vosges,

»Eh bien! vous les avez revus les talons des terribles soldats de Guillaume, jeunes fils de la liberté! Dans deux jours de combats acharnés, vous avez écrit une page bien glorieuse pour les annales de la République, et les opprimés de la grande famille humaine salueront en vous encore une fois les nobles champions du droit et de la justice.

»Vous avez vaincu les troupes les plus aguerries du monde, et cependant vous n’avez pas exactement rempli les règles qui donnent l’avantage dans la bataille.

»Les nouvelles armes de précision exigent une tactique plus rigoureuse dans les lignes de tirailleurs; vous vous massez trop, vous ne profitez pas assez des accidents de terrain, et vous ne conservez pas le sang-froid indispensable en présence de l’ennemi, de sorte que vous faites toujours peu de prisonniers; vous avez beaucoup de blessés, et l’ennemi, plus astucieux que vous, maintient, malgré votre bravoure, une supériorité qu’il ne devrait pas avoir.

»La conduite des officiers envers les soldats laisse beaucoup à désirer; à quelques exceptions près, les officiers ne s’occupent pas assez de l’instruction des miliciens, de leur propreté, de la bonne tenue de leurs armes, et enfin de leurs procédés envers les habitants qui sont bons pour nous et que nous devons considérer comme des frères.

»Enfin, soyez diligents et affectueux entre vous, comme vous êtes braves; acquérez l’amour des populations dont vous êtes les défenseurs et les soutiens, et bientôt nous secouerons jusqu’à l’anéantir le trône sanglant et vermoulu du despotisme, et nous fonderons sur le sol hospitalier de notre belle France le pacte sacré de la fraternité des nations.

»Signé: G. Garibaldi.»