Intanto che Garibaldi, fedele al mandato ricevuto, difendeva a quel modo Dijon, il Bourbaky, sbaragliato dal Werder alla Lisaine (18 gennaio), era ributtato su Besançon; dove incalzato da nord-est dallo stesso generale che l’aveva vinto, serrato da sud-ovest dal 7º corpo di Manteuffel, già penetrato per Dôle (come Garibaldi aveva preveduto) fino a Mouchard e Salins, non vedeva dietro a sè altro scampo che la via di Pontarlier e una ritirata precipitosa per i passi del Giura. Se non che, chiusi in men di ventiquattr’ore dalla rete degli eserciti vincitori anche quegli ultimi valichi, il misero Bourbaky disperò; e dopo aver tentato invano di bruciarsi le cervella, rassegnò il comando dell’ormai disfatto suo esercito al generale Clinchant, affinchè dove e come potesse lo riducesse in salvo.

Garibaldi però non se ne stava inerte, e appena conosciuto il primo rovescio del Bourbaky, del quale era rimasto fino al 27 senza notizie, lanciava, senza abbandonare Dijon sempre minacciato, tutte le forze di cui poteva disporre sui fianchi del Manteuffel, facendo occupare Saint-Jean de Losme da Menotti e Mont Roland presso Dôle da Baghino, e portando egli stesso il suo Quartier generale a Mondaine. Nè colà s’arrestava; all’appello di Clinchant, ormai chiuso in Pontarlier, si gettava con mosse arditissime colla 4ª e 5ª brigata sulle spalle dei Prussiani verso Bourg e Lons-le-Saulinier, deciso comunque ad aprire un varco all’esercito amico; ma il 29 mattina giungeva a lui pure la notizia dell’armistizio di ventun giorni conchiuso a Versailles, e l’ordine di fermarsi sui posti occupati.

Non era quello il voto di Garibaldi e de’ suoi seguaci, tuttavia si riconfortò nel pensiero che la tregua gli avrebbe dato modo di riordinare e agguerrire il suo esercito, ponendolo in grado di compiere più segnalate imprese a servizio della Repubblica. Quale non fu invece la sua meraviglia nel sentire che tutti gli eserciti militanti nel Giura, nel Doubs e nella Costa d’Oro erano esclusi dalla tregua e che tanto a lui quanto al Clinchant era imposto di correre ancora la sorte dell’armi, e far fronte al nemico!

Nè il combattere l’avrebbe sgomentato; ma dietro quell’annunzio ne seguiva quasi subito un altro, che l’esercito dell’Est oramai serrato nelle tanaglie di ferro del Werder e del Manteuffel, già a mezzo disfatto dagli stenti e dalle diserzioni, s’era buttato per perduto oltre la frontiera svizzera, abbandonando così lui solo alle prese co’ formidabili nemici da cui fuggiva. Vide tosto il pericolo l’Eroe italiano; se indugiava un giorno solo, la tagliuola in cui era caduto il Bourbaky avrebbe stritolato lui pure, condannandolo inesorabilmente ad essere come la più parte de’ generali francesi «ingabbiato sui vagoni del bestiame» e tradotto prigioniero in una fortezza tedesca.

Non perdette però un istante; corse a Dijon, e mentre Menotti sulla strada di Saint-Apollinaire, Baghino a Mont Roland continuavano ancora a respingere le scorrerie de’ nemici, che tentavano avvilupparli, Garibaldi prepara dietro di loro la ritirata di tutto l’esercito, che in ordine perfetto, senza perder nè un uomo, nè un carro, nè un cannone, si compie per la strada comune di Autun e la ferrata di Beaune-Chagny, e restituisce così intatto alla Francia l’esercito ch’essa gli aveva confidato.

Ed oramai il destino aveva detto la sua ultima parola. Il Governo aveva convocato in Bordeaux un’assemblea di rappresentanti, che aveva principalmente per mandato di deliberare sui preliminari conchiusi a Versailles; e Garibaldi, eletto, per Algeri, rimise il comando dell’esercito nelle mani del figlio Menotti e si recò all’Assemblea. Quivi pure due partiti tenevano il campo: i rivoluzionari di tutte le tinte, per la guerra a oltranza: i conservatori in massa, mescuglio di bonapartisti, legittimisti, borghesi, rurali, per la pace ad ogni costo. I primi accolsero Garibaldi con ovazioni frenetiche, i secondi con oltraggi bestiali. Calmo in mezzo al tumulto babelico, l’Eroe chiese di parlare e non gli fu concesso. Allora uscì dalla Camera, rassegnò l’ufficio di deputato, salutò con un altro proclama i suoi fedeli dell’esercito de’ Vosgi, e triste, scorato, schivando le pubbliche manifestazioni, fuggendo persino le visite degli amici, nulla avendo accettato per sè, nulla avendo chiesto per i suoi, se ne tornò nel romitaggio della sua Caprera.

XXII.

Fu quella l’ultima stagione campale dell’Eroe e non poteva chiudere con azione più cavalleresca la sua cavalleresca epopea. Mille pensieri potevano trattenerlo; ma nella Francia caduta egli non vide che un grande e miserando infortunio, ed accorse a sollevarlo. Ciò basta alla sua gloria. Non ridiremo per altro quello che pure è ritornello obbligato di tutti i discorsi, ch’egli sia andato a quell’impresa soffocando i ricordi di Roma, di Nizza e di Mentana, perchè ciò non è. Noi vogliamo il nostro Eroe grande, ma lo vogliamo soprattutto vero. Garibaldi distingueva due Francie: quella di Napoleone, e quella del Popolo francese; la prima aveva rubato all’Italia Nizza e Roma, e non le avrebbe perdonato mai; la seconda non era stata che la vittima inconscia e lo strumento involontario del predatore, e per essa gli era parso il più semplice dei doveri offrire il sangue e la vita.

Epperò non è vero ch’egli siasi offerto alla Francia soltanto quando vi fu proclamata la Repubblica; ma è verissimo che se vi fosse durato l’Impero, egli non vi sarebbe andato mai. Della sua andata in Francia non avrebbe fatto mai una questione astratta di Monarchia e Repubblica (non la fece nemmeno in Italia), e qualunque fosse il governo prescelto dal popolo francese, egli non avrebbe consultato che i diritti della sventura e i doveri della fratellanza, e sarebbe accorso; ma ne avrebbe fatto sempre una questione di Bonapartismo. Convien prendere l’uomo qual era. Il suo amore alla Francia aveva per confine l’odio al Bonaparte: finchè essa tollerava quell’uomo, e volontaria o no se ne faceva complice e satellite, non meritava più che un braccio si levasse per lei, e conveniva che il suo destino si adempisse.

Libera invece del Bonaparte, ecco che la Francia si trasfigura: i suoi vizi scompaiono; le sue virtù ingigantiscono; essa torna la grande, la forte, la invincibile, la madre della libertà, la nutrice dell’incivilimento, caduta un istante, per colpa non sua, sotto il ferro d’un despotismo parente a quello onde s’è appena liberata, ma che è dovere di quanti uomini liberi sono nati da quel seno, ed hanno succhiato quel latte, di rialzare e redimere.