Magnanimo illuso! Nemmeno l’accoglienza fatta a lui medesimo valse ad aprirgli gli occhi. Stimarono grande mercè concedere a quel Capitano di ventura una condotta; gli avareggiarono prima gli uomini, poi le armi, poi le vesti; sdegnarono ch’egli comandasse ad una sola compagnia dell’esercito regolare; avrebbero reputato sacrilego che un solo de’ loro più ignoti generali ubbidisse a’ suoi ordini; lo tormentarono infine per quattro mesi di angherie, di sospetti, di calunnie, ed egli impavido e rassegnato a tutto, ingollò fino al fondo l’aceto e il fiele di che lo abbeverarono; e quando suo figlio e suo genero, stanchi ormai delle incessanti vessazioni, gli fanno dire che se durano ancora avrebbero dato le loro dimissioni: «Ebbene, dice, vadano pure: faremo la guerra anche senza di loro.»

E quella guerra, la fece come nessuno dei generali che si sarebber creduti umiliati di ubbidirlo, seppe farla. Fra lui e i suoi Luogotenenti, sempre però ispirati da lui, sostenne nel corto spazio di quattro mesi oltre venti combattimenti, de’ quali le giornate di Pasques e di Dijon vere battaglie, ed eccettuato il fallito colpo notturno di Dijon non fu battuto mai. Soccorse i generali francesi suoi vicini, e non ne fu soccorso: vide fin dal primo giorno l’importanza di Dôle, e non fu per colpa sua se gli eserciti nemici la ripresero senza colpo ferire.

Fu detto che egli ignorò la mossa del generale Manteuffel e che questi lo tenne a bada con una sola brigata; ma basti rileggere con un istante di spassionatezza la storia di quella campagna per vedere quanto, in quella asserzione, vi sia d’ingiusto e di falso.

«Il passaggio dell’armata di Manteuffel al nord (dice Garibaldi stesso)[389] per aiutare quella di Werder era noto a me come alle mie quattro brigate: la seconda comandata dal colonnello Lobbia, e la quarta da Ricciotti manovravano insieme a tutti i nostri corpi di francs-tireurs, ed erano distaccate per contrariare la congiunzione degli eserciti nemici.»

Che poi il Manteuffel abbia baloccato Garibaldi con una sola brigata è ancora più falso. Anzitutto, e qui preghiamo i militari a guardare la Carta e a leggere le storie ufficiali, fino al 17 o 18 di gennaio Manteuffel fu incerto se prendere la strada di Dijon o quella di Vesoul, sicchè fino a quel giorno le sue avanguardie avviluppavano può dirsi Dijon alla distanza di una giornata di marcia, e certo in quel momento non si vorrà pretendere che Garibaldi solo andasse a dar di cozzo nell’intera armata del Generale prussiano. In secondo luogo è affatto inesatto che quando il Manteuffel decise di continuare per Vesoul egli si lasciasse addietro per ischermo soltanto la brigata Kettler; fino dal 21 sera c’era la divisione Zastrow che manovrava sempre nei dintorni di Montbard, e Garibaldi, che aveva nemici di fianco, di fronte, da tutti i lati, sopra un’area di oltre cinquanta chilometri, non poteva certo supporre, come non era, che quelle truppe appartenessero ad una sola brigata.

Finalmente è vero che la brigata Kettler fu la sola ad attaccare Dijon, dimostrando in quelle tre giornate un valore ed un ardimento veramente mirabili; ma ciò non conduce a concludere che le sue forze fossero così sproporzionate a quelle del nemico che assaliva; o che anche, data la sproporzione, questi potesse far di più che respingere l’attacco. Non era sì grande la sproporzione: poichè la brigata Kettler, rinforzata da un reggimento di cavalleria, contava pur sempre i suoi diecimila combattenti; mentre Garibaldi non poteva opporgli che il vecchio esercito dei Vosgi scemato allora della brigata Lobbia, chiusa in Langres, cioè circa sedicimila uomini, una metà dei quali mobiles, moblots e mobilisés, gente che si batteva intermittentemente, o non si batteva affatto.[390]

Ma ammessa pure dalla parte garibaldina una tal quale superiorità numerica (troppo pareggiata dalla inferiorità morale), chiediamo a tutti gli uomini che in siffatte questioni vedono lume, che cosa poteva far Garibaldi assalito così gagliardamente per tre giorni, se non ributtare gli assalti, e conservare quella città che il governo di Bordeaux gli replicava ogni giorno di difendere inébranlablement? Forse si pretenderebbe che co’ suoi diciottomila uomini egli dovesse al tempo stesso batter Kettler e assalir Manteuffel, forte di ben sessantamila, il quale, sia detto per soprappiù, il 21 mattina non aveva più nemmeno l’inquietudine di Bourbaky già disfatto il 18 alla Lisaine?

Poteva, è vero, tentarlo dopo, quando respinto il Kettler e rinforzato di nuove milizie e nuove artiglierie, la condizione disperata del Bourbaky richiedeva uno sforzo disperato, e sappiamo che lo tentò. Lo tentò; ma la nostra molta fede nel genio di Garibaldi non va sino al punto di credere che il suo temerario tentativo[391] sarebbe approdato. Lo sfacelo dell’esercito di Bourbaky era cominciato molto prima della sconfinata di Pontarlier; e non c’era più forza umana che lo potesse arrestare. Garibaldi avrebbe sacrificato inutilmente il suo esercito, il suo nome, forse la sua vita, ma non avrebbe potuto mutare i decreti della sorte.

Tutto quanto un uomo, un soldato, un cittadino poteva fare per la più cara, la più diletta delle patrie, Garibaldi lo fece per la Francia; e ciò spiega sempre più perchè gli imbastigliati di Gravelotte e di Sédan, i capitolati di Metz e di Parigi non gli abbiano perdonato mai l’oltraggio di quel beneficio. Soltanto dopo la sua morte una parte della Francia parve voler cancellare l’ingratitudine dell’altra parte, decretando espressioni di pubblico cordoglio; e noi ne siamo lieti, non già per Garibaldi, che oramai «s’è beato e ciò non ode,» ma per l’onore della Francia stessa.