SCHIZZO TOPOGRAFICO della CAMPAGNA DI FRANCIA — 1870 ([Versione più grande])

Capitolo Decimoterzo. ULTIMI ANNI.
[1871-1882.]

I.

Triste il narrare questi ultimi anni: triste, come lo spettacolo d’una grandezza che decade e sopravvive a sè stessa. Garibaldi non è oramai che il fantasma d’un gigante, costretto a strascinare sulla terra il peso della sua passata grandezza e ad assistere lentamente, faticosamente alla propria consunzione. Il leone manda ancora dal suo antro solitario qualche ruggito d’amore e di collera; ma l’ugna, l’ugna che lo rese terribile e glorioso nelle pugne del suo tempo, affievolita dagli anni e dall’infermità, pende inerte dal suo tronco invecchiato, e lo danna ad un ozio che è il più tormentoso de’ suoi mali e, forse, il più funesto dei suoi nemici.

Perocchè la fortuna che fu larga al nostro Eroe di tanti favori, gli rifiutò tuttavia il più grande: quello di giacere sull’ultima orma delle sue vittorie e di morire a tempo. Parole crudeli a quanti lo conobbero e lo amaron vivo, ma di cui i futuri sapranno estimare l’alta pietà.

È giusto, infatti, è doveroso che a noi suoi contemporanei, commossi tuttora dalla sua partita recente, ogni minuto di quella vita, ogni soffio di quel respiro guadagnato alla morte, sembri una ineffabile conquista; ma alla storia, che guarda l’uomo nell’immortalità, e misura il proprio amore e la propria ammirazione non dal numero ma dall’utilità degli anni vissuti, quest’appendice di giorni vuoti e prosaici, appiccicati ad una vita così poetica e così piena, questo lungo, freddo, decennale tramonto, imposto a forza ad un sì rapido mattino e ad un sì caldo meriggio, sembreranno una superfetazione capricciosa, uno strascico superfluo, un castigo crudele del destino, inflitto ad uno de’ più nobili suoi figliuoli, ed ella, per la prima, si studierà di affrettarne il fine condensandone in poche pagine la sintesi dolorosa.

E ciò tanto più che a nessun uomo dovette increscere la troppo lunga vita, quanto a Garibaldi; e non già per filosofico tedio, o per intolleranza dei malanni comuni della vecchiaia; ma per fastidio di quella che è certamente l’infermità più tormentosa dell’eroismo: l’inerzia.

Perocchè sotto la scorza logora dagli anni e dagli acciacchi del Garibaldi sessagenario, reduce da Dijon, c’era sempre il Garibaldi giovane e virile di Montevideo e di Marsala; c’era cioè quel contrasto tra la fiamma del cuore e la rigidezza delle membra, i voli della mente e il peso del corpo, gl’ideali dello spirito e le realtà della vita, che sono l’eterno tormento di tutte le grandi anime; e all’anima novissima di quel novissimo Eroe, martirio incomportabile.

E ciò per una ragione che è la chiave di tutte le altre: Garibaldi non credeva fornita la sua giornata.