Da giovane era partito troppo da lontano, verso una cima troppo eccelsa, perchè ora anche la lunga via percorsa gli paresse termine ultimo al suo viaggio. Vedeva, in gran parte per opera sua, la patria una; ma era dessa forte, gloriosa, felice, quale l’aveva sognata? E al di là della patria non v’erano altre patrie, ed altre patrie ancora? E al di sopra di tutte le patrie non v’era dessa l’umanità? Forse che colla indipendenza delle nazioni tutti i problemi politici, sociali del suo tempo erano risolti? Ma le reliquie di Roma sacerdotale chi le spazzava? E i privilegi sopravviventi chi li aboliva? E alle plebi affamate chi provvedeva? E gli eserciti stanziali quando si trasformavano? E la fratellanza dei popoli, e gli Stati Uniti d’Europa, e la pace universale quando si proclamavano? Quanti mali da rimediare; quante battaglie da combattere; quante mete da raggiungere ancora!

Ora si prenda un uomo simile, invecchiato in queste idee, avvezzo non a bandirle soltanto colle parole, ma a confermarle coi fatti e segnarle col sangue, e poscia lo si sforzi a ripassarle, ruminarle e rimuginarle per dieci anni nel silenzio d’un’isola deserta, tra i soliloqui d’un ozio forzato, chiudendogli colla vasta palestra de’ campi di battaglia l’unica distrazione e l’unico sfogo, al troppo e al vano delle sue utopie e delle sue chimere; si configga a un tratto il protagonista operoso sullo scanno dello spettatore inerte; si costringa il più battagliero de’ condottieri, il più infaticabile de’ cavalieri erranti ad entrare nella giornea dell’apostolo verboso o del gazzettiere polemista; si trasformi insomma l’uomo d’azione in uomo di parola, obbligandolo a barattare i poderosi colpi di spada della giovinezza nelle ventose figure rettoriche della vecchiaia, e il concitato imperio e il celere obbedir delle battaglie, in prolisse concioni, in elaborati programmi ed in sofistiche lucubrazioni, e si avrà un concetto delle torture morali che Garibaldi dovette provare negli ultimi suoi anni; e al tempo stesso la ragione più interiore e più vera delle contraddizioni, degli errori, de’ difetti, che ombreggiano più foscamente che mai quest’ultimo periodo della sua vita.

Non furono però nè errori ignobili nè contraddizioni spregevoli, nè difetti volgari. La parola fu sovente condannabile; il pensiero stesso talvolta confutabile; ma l’intento non cessò mai d’esser puro ed elevato.

Anche l’epistolario di Garibaldi, specialmente il volume più farraginoso del suo ultimo decennio, avrebbe mestieri d’un rogo purificatore; ma quando la fiamma avrà compiuta l’opera sua, sopra le scorie della veste informe e selvaggia, in mezzo agli atomi volatili delle idee stravaganti e fantastiche, rimarranno sempre, ceneri pure e inconsumabili, le reliquie d’un pensiero e d’un amore eterni: il pensiero e l’amore della umanità.

Nel 1871, col sangue acre ancora degli influssi del partito rivoluzionario francese, che, non ostante tutti i suoi torti, era stato ancora il solo amico e difensore ch’egli avesse trovato in Francia, scrive una lettera all’avv. Petroni, che si potrebbe dire un’apoteosi della Comune; ma ecco che in fondo all’epistola, tornando come sopra sè stesso, e chiedendosi che cosa sia l’Internazionale, la figura e la presenta così pura d’intendimenti, così temperata di mezzi, così diversa insomma dalla realtà, che nell’atto in cui sta per farne l’apoteosi ne pronuncia la condanna.[392]

Quattro anni dopo, nel 1875, quasi lo crucciasse il pensiero di non aver fatto abbastanza per Roma, gli balena l’idea, grandiosa certamente, di convertire il Tevere in un canale navigabile da Roma al mare, risanare l’Agro romano, restituire all’antica metropoli del mondo la prisca prosperità, bandendo da essa alla terza Italia un intero programma di nuova vita economica e sociale.

E non si ferma ad una vaga proposta; ma rattratto dall’artritide, torturato da reumi, abbandona Caprera, arriva improvviso a Roma, lasciando per alcuni giorni trepidi de’ suoi propositi amici e nemici; e colà, dichiarato a tutti il fine che lo moveva, spiega ne’ suoi minuti particolari il suo progetto; invoca ed ottiene per esso il patrocinio di Vittorio Emanuele, il favore d’un grandissimo numero di uomini tecnici e parlamentari e il consenso del Governo medesimo; il quale però, o perchè non trovasse effettuabile il disegno, come andava egli stesso dicendo, o perchè in suo segreto fosse poco propizio alla proposta a cagione del proponente, tirò siffattamente in lungo il negozio, che il Generale vessato, stanco, nauseato ormai di tutte quelle lungherie e quegli andirivieni «di Commissioni che nominavano le sotto Commissioni» per non approdare mai a nulla, abbandonò per disperata l’impresa, portando seco l’ingiusto sospetto d’essere stato canzonato, e un rancore di più contro il governo della parte moderata che accagionava di tutti i mali.[393]

Salutò quindi egli pure come l’aurora d’un’èra novella l’assunzione della Sinistra parlamentare al governo; e nei primi mesi plaudì ai magniloquenti programmi, diede il pegno del suo nome alle lusingatici promesse, distribuì ai novelli ministri, succedentisi con vertiginosa vicenda, diplomi di genio e di patriottismo, inneggiò ai regni della Riparazione: Saturnia regna.

Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia;[394] di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine.

Nè basta, come alla demolizione della Sinistra costituzionale tutti i partiti radicali avevan interesse, così riuscì loro, giovandosi dello stato di esaltazione in cui l’Eroe si trovava, d’averlo facilmente complice d’un loro disegno: e complice, per Garibaldi, non poteva voler dire che gonfaloniere e capitano.