Per la qual cosa eccotelo in brevi giorni a capo d’una così detta Lega della Democrazia, la quale raccogliendo sotto una specie di bandiera neutra tutte le gradazioni del partito radicale, dall’unitario al federalista, dal Mazziniano al Garibaldino, dal repubblicano insurrezionista al repubblicano evoluzionista, ponesse in mora la Monarchia, o di concedere il suffragio universale, la revisione della Costituzione, la trasformazione degli eserciti permanenti in nazione armata, l’incameramento di tutte le proprietà ecclesiastiche, l’abolizione della legge delle guarentigie al Papato spirituale, e un micolino di riforme sociali — o di cadere. Quest’ultima parola, a dir vero, non era espressamente scritta, ma era nella maggior parte dei compilatori del grande programma sottintesa; e per ciò appunto, Garibaldi, organicamente impenetrabile ai sottintesi ed alle anfibologie, non la capì e la sottoscrisse. Gli avessero detto chiaro: oggi poniamo a Casa di Savoia il dilemma o di darci la repubblica — o d’andarsene, Garibaldi, che al di sopra d’ogni repubblica aveva posto sempre l’unità e la concordia della patria, che ebbe sempre un religioso orrore anche del solo nome di guerra civile, che intendeva per Repubblica la «Dittatura d’un uomo onesto» ed era sempre stato alieno dalle sottigliezze dei dottrinari, come egli li chiamava, che gli facevan corona, Garibaldi, lo crediamo fermamente, non avrebbe mai sancito quel pericoloso dilemma, nè dato il suo nome al cartello di sfida che lo intimava.
Ma così la sua passata per Roma, al pari della famosa Lega da lui cresimata, lasciò, come suol dirsi, il tempo che aveva trovato. La Sinistra continuò a volgersi in sè stessa co’ denti: in luogo del suffragio universale promise una riforma, di cui soltanto la prova de’ fatti potrà dimostrare la bontà e contro la quale i primi a ribellarsi furono i medesimi radicali della Lega; mise quattro anni ad abolire la gabella del macinato, che doveva sparire al tocco di bacchetta magica; l’esercito stanziale è per fortuna d’Italia sempre in piedi; la legge delle guarentigie riconosciuta dai replicati giuramenti di fedeltà dei nuovi governanti par più sicura che mai; la riforma sociale sembra piuttosto destinata a divenire un programma della nuova Destra che della vecchia Sinistra; qualche bandieretta rossa a saliscendi fu non vista, qualche grido non interamente ortodosso fu compatito; ma la libertà piena di spiegar al vento i vessilli e di levare al cielo i voti della repubblica non fu per anco concessa: finalmente i Comitati dell’Irredenta, dopo essere stati per qualche tempo carezzati in segreto, furono essi pure scomunicati e disciolti in pubblico, con uno zelo da meritare la gratitudine dell’Austria stessa.
Ora tutto ciò non era fatto certo per strappare gli applausi dell’Eroe, il quale tornato a Caprera, già senex querulus egli pure, si pentiva sempre più d’aver accordato il suo patrocinio a quella Sinistra così fedifraga alle sue promesse; e ad ogni atto del governo che urtasse nelle sue idee ripigliava a borbottare, a maledire, a sfolgorare de’ suoi anatemi anche coloro tra i Ministri che gli erano stati più cari; non rispettando nella cecità dell’ira sua nemmeno il suo Benedetto Cairoli (sol perchè gli fece sostenere il genero Canzio, condannato dai Tribunali per discorsi sovversivi), coprendo d’un oltraggio plebeo, che la penna sdegna ripetere, colui che poco prima aveva egli stesso proclamato il «Baiardo della democrazia.»
Eppure dalla Sinistra accettò due favori, per varie cagioni non dimenticabili. Fin dal 1875, il ministro Minghetti, edotto delle angustie finanziarie del Generale che già confinavano colla povertà, penetrato, al pari della nazione intera, da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1º gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.[395]
Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiutò. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte.
Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’altra volta l’accettazione di quel dono, che non era insomma se non il compenso inadeguato de’ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi.
E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’ suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accettò. E corse la voce che nel dare il doloroso assenso, mormorasse sospirando cupamente «anche questo mi fanno fare,» le quali parole dette o pensate soltanto che siano, dovranno risuonare come un perpetuo rimorso nella coscienza di coloro che lo posero nella disperata necessità di subire quel grande sacrificio, e quasi sull’orlo del sepolcro gli rapirono quella che sarebbe stata la gemma più sfolgorante della sua corona: la gloria del morir povero.
II.
Quell’amarezza però gli venne raddolcita ben presto da una grande consolazione. Sappiamo di toccar un delicatissimo tasto e vi scivoleremo leggieri. Chi lesse quanto ne dicemmo noi stessi[396] sa come il matrimonio di Garibaldi colla signora marchesa Giuseppina Raimondi sia rimasto in quello stato che i legali chiamano: rato e non consumato.
Dal giorno in cui i due coniugi si separarono a Fino, essi non s’incontrarono, non si videro, possiamo soggiungere non si perdonarono più, e il loro vincolo si mutò da quell’ora in quella specie di catena lunga che la nostra sapiente legislazione civile inventò col nome di «separazione,» e la quale non essendo nè la libertà nè la schiavitù, nè il matrimonio nè il libero amore, pone i falsi coniugati nell’alternativa perpetua o del celibato obbligatorio o del concubinato forzoso e crea in mezzo alla nostra società quelle condizioni famigliari scandalose e violenti di cui Giuseppe Garibaldi e Giuseppina Raimondi furono uno degli esempi più celebri, ma non più dolorosi.