[28]. Catullo, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.

[29].

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre: Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito