»La Masa ordinò la fucilazione per chi avesse ripetute le parole fuga e tradimento — assicurò alle guerriglie che quella ritirata era un’astuzia strategica, ch’esse non avevano saputo comprendere — ordinò che gli sbandati s’incorporassero nella sua colonna, e proseguì la marcia riconducendoli al punto da cui essi erano fuggiti.

»Quanto più inoltravasi, maggior numero di sbandati incontrava, — ripeteva la scena stessa; — non vedendo nessun avviso nè contrordine, ei proseguì il cammino.»

Ora ognuno sa che questo libro fu scritto dal La Masa stesso.

[65]. Nè dalle istorie, nè dalle testimonianze orali ci fu possibile raccapezzare intorno a cotesto Consiglio di guerra l’esatta verità. Il La Masa nel suo libro (pag. XLIX e LI) attribuisce a sè solo il merito del consiglio più eroico; il Crispi invece ed il Türr, da me in varii tempi interrogati, affermano che il partito dell’assalto fu sostenuto principalmente da essi, contro il Sirtori che stava apertamente per la ritirata. Questi, al contrario, che interrogai del pari quando scrivevo la Vita del povero Bixio, negò recisamente d’aver mai espressa quell’opinione. Insomma non si sa a chi credere! Forse colui che fu meglio servito dalla memoria era il Bixio, il quale soleva dire «che non ci fu discussione, nè ci poteva essere.»

[66]. Più d’un centinaio era posto fuori di combattimento dalle morti, dalle ferite, dalle malattie; circa altri cento correvano coll’Orsini; dire ottocento dunque è già un dir troppo. Dallo Stato numerico delle Squadriglie siciliane passate in rivista dall’Ispettore generale Türr il 1º giugno 1860, il totale delle loro forze apparisce di 3229 uomini, ma supponiamo che anche il Türr non abbia potuto contarli tutti.

[67]. Isidoro La Lumia, valente storico della sua Isola nativa; anima rettissima e cuore gentile, rapito anzi tempo agli studi ed alla patria, nel suo opuscolo: La Restaurazione borbonica e la Rivoluzione del 1860, pag. 117, 118 e 119.

[68]. Vedi: Notamento dei cadaveri rinvenuti nella città di Palermo dal 30 maggio 1860 in poi, ufficialmente constatati dall’Autorità municipale, avvertendo che è stato impossibile di raccogliere più precisi e circonstanziati ragguagli.

[69]. Lord Brougham alla Camera dei Lordi nella seduta dell’8 giugno; e Lord Palmerston alla Camera dei Comuni in quella del 12 giugno 1860.

[70]. In alcuni storici (Rustow, op. cit., pag. 214; Zini, op. cit., pag. 612) troviamo che il Console inglese e l’ammiraglio Mundy chiesero ed ottennero dal Commissario del re Francesco la cessazione del bombardamento. Ma nel libro dell’ammiraglio Mundy, che abbiamo sott’occhio (H. M. S. «Hannibal» at Palermo and Naples during the Italian Revolutions 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emanuel, by Rear-Admiral Sir Rodney Mundy. K. C. B. London, John Murray, 1863), non abbiamo letto una sola parola che giustifichi quell’affermazione. Tutto quanto l’Ammiraglio inglese ha operato per impedire il bombardamento o diminuirne i danni, si riduce a questi due fatti da lui stesso raccontati:

1º Nel 25 maggio, due giorni prima dell’entrata di Garibaldi, l’ammiraglio Mundy scrisse al generale Lanza per pregarlo a risparmiare alla città gli orrori del bombardamento. A questa domanda però, a cui si associò naturalmente il console inglese Sir Podven, il generale Lanza fece questa risposta: «Non credersi obbligato a risparmiare il bombardamento a città ribelle; promettere soltanto che, scoppiando la rivolta, non aprirebbe il fuoco se non due ore dopo cominciate le ostilità, per lasciar tempo ai sudditi stranieri ed ai pacifici sudditi di S. M. di riparare alle navi.» (Vedi nell’op. cit., dalla pag. 99 alla 103.)