«Vedo a terra l’ammiraglio Mundy. Egli mi dice che il signor Elliot, ministro d’Inghilterra, aveva avuto un abboccamento col generale Garibaldi a bordo dell’Annibale, essendo stato incaricato da Lord John Russell di dissuaderlo dal suo intendimento di attaccare la Venezia, dacchè tutto induceva a far credere che tale atto sarebbe tornato oltremodo dannoso all’Italia; per l’appunto come s’era detto fra noi due alcuni giorni prima: che il Dittatore, alla comunicazione fattagli dal signor Elliot, aveva risposto, essere egli risoluto di proclamare, ma dal Campidoglio, Vittorio Emanuele Re d’Italia; e che dopo ciò si sarebbe offerto uno de’ suoi luogotenenti per l’impresa della Venezia.»
[115]. Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 338-339.
[116]. Consentiamo collo Zini (Storia cit., pag. 702) che «l’arditezza del conte di Cavour venne a contraccolpo della prima arditezza di Garibaldi; onde questi, non quegli, fu il vero motore dell’impresa;» ma non per questo possiamo tenerci dall’ammirarle entrambe. Se anzi una censura può muoversi al conte di Cavour è di troppa temerità. Nel giorno infatti in cui egli spingeva metà dell’esercito sardo al di là della Cattolica, egli non era sicuro che l’Austria, che ingrossava nel quadrilatero, non l’avrebbe assalito. Tanto vero che scriveva a Persano: «Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia una leva forzata di marinai in codeste parti.... Dica al generale Garibaldi, da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni per venire a combattere sul Mincio, ec.» (Istruzioni Cavour a Persano, Torino, 22 ottobre 1860.)
Solo alcuni giorni dopo, essendo stato assicurato da Napoleone che l’Austria non l’avrebbe attaccato, o che altrimenti egli, almeno rispetto alla Lombardia, l’avrebbe impedito, il conte di Cavour respirò. Quando poi, nel convegno di Varsavia, la Prussia e la Russia accettarono il principio del non intervento, energicamente difeso dalla Francia e dall’Inghilterra, ogni pericolo svanì, e Cavour potè correre franco fino alla fine. Ma aveva giuocato un terribile giuoco. Per salvare l’Italia dal mostro della rivoluzione aveva rischiato di farla sbranare nuovamente dall’aquila austriaca. Ma poichè l’Austria in fin de’ conti non si mosse, e Cavour vinse la partita, non gli può essere negato l’applauso che ha sempre salutato il successo.
[117]. Vedi la lettera del Mazzini nei Mille, di G. Oddo, pag. 708.
[118]. Vedi il suo Proclama in data di Salerno, 7 settembre 1860:
«Alla cara popolazione di Napoli.
»Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, che molti secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare, nè ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannide.
»Il primo bisogno dell’Italia era la concordia per raggiungere l’unità della grande famiglia italiana: oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia con la sublime unanimità di tutte le provincie per la ricostituzione nazionale; per l’unità essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero padre della patria italiana.» (Diario cit., parte II, pag. 115.)
[119]. Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74 e seg.