[120]. Doveva alludere a Filippo Cordova e al barone Camerata Scovazzo.
[121]. Pubblicava nello stesso senso un Manifesto, nel quale è notevole questo periodo:
«Essi vi hanno parlato (ai Palermitani) d’annessione, come se più fervidi di me fossero per la rigenerazione d’Italia — ma la loro mèta era di servire a bassi interessi individuali — e voi rispondeste come conviene a popolo che sente la sua dignità, e che fida nel sacro ed inviolato programma da me proclamato:
»Italia e Vittorio Emanuele.
»A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno d’Italia — e là solamente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e gli schiavi ancora, figli della stessa terra.
»A Palermo si volle l’annessione, perchè io non passassi lo Stretto.
»A Napoli si vuole l’annessione, perchè io non possa passare il Volturno.
»Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere — io seguirò la via — o vi seminerò le ossa.....»
[122]. Il maresciallo Ritucci, eletto comandante in capo dell’esercito borbonico, aveva sotto i suoi ordini tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, alle quali aggiunte le truppe accantonate qua e là a guardia degli Abruzzi, i presidii di Gaeta e di Civitella del Tronto, si vede che la cifra di cinquantamila uomini sta piuttosto al di sotto che al di sopra del vero.
[123]. Il Rustow, che pare sia stato uno dei consiglieri dell’operazione di Caiazzo, vorrebbe far credere che l’abbia ordinata Garibaldi stesso (Op. cit., pag. 892); ma ciò, siccome narrammo, non è. Garibaldi nel suo libro dei Mille (pag. 276-277) respinge da sè la responsabilità dell’impresa tentata e contro ordine suo, con queste esplicite parole: