»Che le Due Sicilie — che al sangue italiano devono il loro riscatto, e che mi elessero liberamente a Dittatore — fanno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile — con suo re costituzionale Vittorio Emanuele ed i suoi discendenti.
»Io deporrò nelle mani del Re — al suo arrivo — la Dittatura conferitami dalla nazione.
»I Prodittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.
»Sant’Angelo, 15 ottobre 1860.
»G. Garibaldi.»
Che voleva egli dire? I Ministri ne furono allarmati e credettero scorgervi una nuova voltata del Generale, una seconda disdetta del plebiscito. Non tardarono però a ravvedersi. Garibaldi non aveva voluto con quelle parole che ripetere il suo programma: unire a quello del popolo napoletano e siculo il suo voto, e dichiarare che deponeva senza rancore e senza astio il potere.
[156]. L’aveva annunziata Garibaldi stesso all’esercito meridionale con queste parole, che sembravano scelte accuratamente per dimostrare sempre più che nessun antagonismo era possibile fra i due eserciti, e ch’egli, Garibaldi, tenne la vittoria d’entrambi per vittoria della sola nazione.
«Ordine del giorno 21 ottobre 1860.
»Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I Borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.
»Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.