[180]. Perseveranza, 23 gennaio 1861.

[181]. Lettera del 29 ottobre di Garibaldi a Vittorio Emanuele, già citata.

[182]. Decreto in data di Napoli 11 novembre, e Ordine del giorno del Comando supremo dell’esercito, firmato dallo stesso Vittorio Emanuele, in data del 12.

[183]. Fu il Fanti che nella tornata della Camera dei Deputati del 23 marzo 1861 li dichiarò 7013, e come l’esercito garibaldino, tutti compresi, ondeggiò sempre tra i 35 e i 40,000, la proporzione sarebbe di un ufficiale per 5 soldati e 5⁄8.

[184]. Io pure, come ufficiale dimissionario dell’esercito meridionale, partecipai a quel litigio e mi spetta quindi la mia parte di torto. A quei giorni credeva alla possibilità della nazione armata; pur conservando l’esercito permanente, volevo anch’io che un secondo esercito di Volontari, modellato sui Volontari inglesi, lo integrasse e rafforzasse. Però soltanto in questa istituzione vedevo la soluzione della questione dell’esercito meridionale, e gridavo con quanto fiato avevo in gola perchè il Governo s’affrettasse a decretarla. Mi illudevo. Contavo sopra uno spirito militare che gl’Italiani non hanno e non ebbero mai. I Volontari sarebbero morti come la Guardia nazionale mobile e stanziale, come i Tiri a segno. L’Italia ha potuto dare a Garibaldi dai trentamila ai quarantamila Volontari (tanti ne ebbe nel 1866) per uno scopo determinato e per un breve periodo; ma un grande esercito di cento o dugentomila uomini, tali che rispondessero veramente al nome ed allo scopo di Nazione armata, e da uguagliare per numero ed organismo la forza dei Rifles Volunteers, o delle Landwehr e delle Landsthurm tedesche, l’Italia non potè nè volle allora, non potrà nè vorrà darlo giammai. L’Italia non è capace d’altre istituzioni militari, che di quelle che la legge impone e lo Stato fonda ed alimenta. Oltre di che, l’esperienza ha chiarito anche me, tardi, ma in tempo, che un Corpo permanente di Volontari, comandato da Garibaldi e dai Garibaldini, sarebbe degenerato immediatamente in un corpo politico, antagonista nato dell’esercito stanziale, probabile strumento di tutte le rivoluzioni, causa perpetua di guai, o almeno d’allarmi alla nazione. Però la risoluzione del Petitti di sciogliere il Corpo de’ Volontari e d’incorporarne gli ufficiali nell’esercito fu la più saggia che Ministro della guerra abbia presa. Ebbe un solo difetto, d’essere tardiva. Il Fanti è dubbio assai se l’avrebbe presa. Egli nutriva contro l’esercito di Garibaldi un’avversione invincibile. Come corpo separato e ausiliare dell’esercito, li avrebbe subiti; come parte dell’esercito stesso non li avrebbe accettati mai. Ed anche come Corpo di Volontari non sapeva decidersi nè a trasfondergli vita organica e durevole, nè a discioglierlo. Qui stava il maggior suo torto. Agiva come uomo che, fatta una incresciosa eredità, non osa rifiutarla; ma pensa disfarsene lentamente, lasciandola consumare dal tempo. E parlava anche peggio che non agiva. Infelice oratore, non sapeva nè riscaldar la lode coll’affetto, nè ammorbidire la censura colla cortesia. Però inacerbiva gli animi e rendeva sempre più aspro il conflitto.

[185]. Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:

«Caprera, 29 dicembre 1860.

»Caro Bellazzi,

»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.

»Sono