«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.

»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.

»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.

»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.

»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»

Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.

[189]. Furono superflue. La questione dei Cacciatori era morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degli Appennini promessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto i Cacciatori degli Appennini non una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati i Cacciatori degli Appennini, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono i Cacciatori delle Alpi. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.

E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare nei Cacciatori. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.

[190]. I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.

Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)