«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. — Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse: Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (Sì, sì prolungati.) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete — Italia e Vittorio Emanuele — e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.
Al grido di viva Mazzini disse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare. Al grido di viva Mazzini egli ripete: Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde — Viva Vittorio Emanuele — (Si ripeterono le grida: Viva Vittorio Emanuele.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»
[204]. Egli infatti scriveva:
«Trescorre, 6 maggio 1862.
»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.
»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.
»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.
»Italia e Vittorio Emanuele!... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.
»G. Garibaldi.»
[205]. Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.