[206]. Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.
[207]. «Taluni male interpretarono la mia protesta sul Diritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.
»Garibaldi.»
Supplemento del Pungolo di Milano del 23 maggio 1862.
[208]. Vedi Diritto del 4 giugno 1862.
[209]. Vedi negli Atti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.
[210]. Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.
[211]. Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (Vedi Garibaldi, per F. Bideschini, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.
[212]. Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.
Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose circa a quei Carabinieri genovesi, dei quali ero predestinato a diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro, che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (Vedi Vita di Nino Bixio, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia, seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici, reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo. Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere; ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori. Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella sua Storia (vol. I, parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;» ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella sua Storia, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola degna di fede.