[231]. Eppure le fascine erano così poche e fradice dalla pioggia che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero mangiar crude.

[232]. Intendi: Malgrado ciò; Ciò non ostante.

[233]. La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri; in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa. L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nella Gazzetta Ufficiale del Regno dell’8 settembre 1862 i Rapporti del generale Cialdini e del colonnello Pallavicini.

[234]. Anche qui intende a modo suo il senso del verbo anteporre. Vuol dire allegare, addurre, mettere innanzi.

[235]. Crediamo voglia dire in gruppo. La formazione che ne risaltava era quella che in linguaggio militare si dice a potenza.

[236]. E questo fu il vivo fuoco di cui parla nel suo rapporto il colonnello Pallavicini; questo l’accanito combattimento che magnificò il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi a bruciapelo.

[237]. Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.» Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.

[238]. Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina. All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore, dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperassero negli ulteriori suoi trasporti), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove il Duca di Genova lo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»

L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno. Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e vendicata? Era superbo e crudele insieme.

Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intime Memorie non ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli inviarono, saluto e disfida insieme, il grido di Roma o morte, che gli fu forza ascoltare in silenzio.