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«18 aprile.
»Mio caro Seely,
»Leggo nei giornali che il Generale impegnossi a viaggi in tutte le direzioni. L’impresa è ardua e non v’ha uomo dell’arte che non la riconoscerebbe piena di pericoli. Ho scritto in proposito al Duca di Sutherland, e credo mio debito consigliare anche voi e tutti i suoi amici d’Inghilterra di suggerir un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.
»W. Fergusson.
»Al signor Carlo Seely.»
[280]. Fra quei due o tre amici c’era anche, in un angolo della sala, l’Autore di questo libro. Io vedeva da parecchi giorni quello che si tramava, ed ero deciso ad averne, come suol dirsi, il cuor netto. E ciò non perchè m’importasse che Garibaldi abbreviasse o no il suo viaggio; fallito anzi lo scopo politico pel quale l’avea intrapreso, non vedevo più ragione di prolungarlo; ma solo perchè stimavo mio preciso dovere per l’ufficio di fiducia che il Generale m’aveva commesso di vegliare attentamente a tutto ciò che si ordiva intorno a lui, e d’impedire, per quanto era in me, ch’egli fosse vittima d’un intrigo. Saputo pertanto delle progettate riunioni, mi preparai alcuni minuti prima nel salotto del Generale ben risoluto a non muovermi di là se il Generale stesso non me lo ordinava. Ma come il Generale mi parve piuttosto contento che io restassi, così non ostante il visibile dispetto che la mia importuna presenza cagionava ai congregati, restai, fermo come una sentinella, e potei quindi udire dal principio alla fine tutto il dialogo di quella sera memoranda. Il qual dialogo ho riprodotto con tutta la maggior fedeltà che mi fu concessa, certissimo d’averne serbate nella memoria le parole più salienti, e in ogni caso il senso e l’andamento.
[281]. Chi confronti la mia versione colle dichiarazioni del signor Gladstone ai Comuni (seduta del 21 aprile) e del signor Seely al meeting del London Tavern (la sera del 20) vedrà che le differenze sono quanto alla sostanza insignificanti. Il solo particolare dimenticato da quei due signori furono le parole «partirò domani,» ma io tanto quelle parole, come l’alzata impetuosa dalla sedia che le precedette, le vedo e le odo come se accadessero ora, e le riaffermo qui in tutta la loro pienezza. Aggiungo anzi che quelle parole caratteristiche si leggono tra le linee del discorso del signor Seely e non è mestieri di grande acume per comprendere com’egli avesse interesse ad attenuarne il senso.
Il signor Seely al London Tavern disse «che Garibaldi avendo promesso di visitare più di trenta città, i suoi amici credevano che la promessa non potrebbe essere tenuta senza pregiudizio della sua salute. Per conseguenza, domenica a sera, il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, il signor Negretti ed egli stesso si riunirono a Stafford-House onde considerare se non fosse espediente di limitare le visite del Generale a sei od otto delle principali città del regno. Il Generale replicò essergli impossibile tirare una linea di separazione, e che preferirebbe abbandonare addirittura l’Inghilterra.
»Quella stessa mattina (la mattina in cui il Seely parlava, cioè il 20 aprile) il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, Saffi, il generale Eber, il colonnello Peard, Negretti e il signor Stansfeld avevano tentato far cambiare il Generale d’avviso, ma indarno.»