Ora ognuno intende che tra le parole «abbandonare addirittura l’Inghilterra» e il «partirò domani» non c’è altra differenza che di forma; e basta poi il fatto riaccertato dallo stesso signor Seely che la mattina dopo il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, ec. ec. tentarono far cambiare d’avviso al Generale (cioè di non partire subito) per confermare in ogni parte la nostra testimonianza.
Ed ora ecco le parole dette dal signor Gladstone ai Comuni:
«Sono tenuto al mio onorevole amico d’avermi mosso questa domanda per ciò che riguarda me stesso. Il fatto ch’egli ha accennato tiene molto commosso il popolo inglese, il quale da niente più rifugge che dal mistero e segreto in simili cose. Or ecco quel che veramente è avvenuto, e che ha fatto narrare diceríe false ed assurde. Il Duca di Sutherland mi fece sapere, sabato passato, che egli ed altri amici del Generale avevano concepito forti timori rispetto alla sua salute, e che un insigne medico, il signor Fergusson, pensava che s’egli avesse messo in effetto il disegnato giro per le provincie avrebbe assai patito.
»Il Duca di Sutherland m’invitò ad andare da lui, quella sera, per consigliarci insieme intorno al da farsi.
»Io, pensando che il Duca aveva molti titoli di gratitudine per quello che ha fatto pel governo, andai, com’ero stato invitato, e trovai che i timori erano giusti, tanto più che il Generale aveva accettato quasi cinquanta inviti di città vicine, e l’elenco ogni dì cresceva rapidamente. Il signor Fergusson chiaramente disse non poter il Generale sopportare le fatiche di tanti viaggi e dimostrazioni. Venuti dunque a consiglio il Duca, il colonnello Peard, il generale Eber e due o tre amici del Generale, si trovò esser nostro dovere consigliarlo a restringere il numero delle sue promesse, e determinasse bene prima di lasciar Londra.
»Questo fu fatto conoscere da due amici particolari al Generale, e quindi fui io richiesto di parlare a lui medesimo. Così allora m’avventurai a mostrargli quello che ognuno doveva vedere, come l’andar incontro a tante fatiche non potesse essere che a danno della sua salute. Aggiunsi ancora che mi pareva che le magnifiche accoglienze avute in questa metropoli, che sono certamente uno dei più memorabili avvenimenti dei nostri tempi, potevano perdere un poco della loro dignità e bellezza, se fossero state ripetute ogni giorno in tanti luoghi diversi. Queste furono le cose che io dissi al Generale, nè mai dissi che era meglio partire, ma solamente di tenere entro a certi limiti le sue promesse.
»Il Generale m’ascoltò con molta pazienza, indi mi rispose che v’era gran verità in quel che io gli avevo esposto, ma parergli che sarebbe assai difficile distinguere fra i desiderii e le domande d’una e d’altra città; che egli pensava che il fine della sua venuta in Inghilterra era conseguito, essendovi egli venuto, non per avere quegli onori, di cui egli era ricolmo, ma per ringraziare il governo ed il popolo inglese per quello che avevano fatto a pro della sua patria. Disse che egli credeva che, visitando Londra, aveva visitata tutta la nazione; che le promesse fatte erano tutte sotto condizione, e non si teneva più obbligato, quando forti cagioni l’impedissero, di adempierle. Soggiunse sperare di poter in altro tempo, ma senza cerimonie di gran pubblicità, tornare in Inghilterra, e allora potrebbe vedere molti più amici che non aveva ora fatto. Questo egli disse, nè pensò mai che vi fosse alcuna cagione politica, nè sospettò certo, come altri ha fatto, che qualche potentato straniero fosse mescolato in questa pratica.
»Quanto all’Imperatore dei Francesi e al suo governo, il nobile Lord in questa Camera ha già detto assai chiaramente ch’egli non vi ha nulla a che fare. Ma molte volte avviene che una piccola verità è sorgente di molti errori; e in questo caso l’essere io stato chiamato per dare un consiglio, richiesto dal bene e dalla salute del Generale, ha fatto credere cose che sono al tutto senza parte alcuna di vero.»
[282]. In questo terzo colloquio della mattina del 19, v’erano il Duca di Sutherland, il signor Eber, il signor Peard, il signor Negretti e forse altri, ma nè Lord Shaftesbury, nè il signor Gladstone, nè il signor Seely, nè il dottor Fergusson vi erano.
[283]. Il dottor Basile, in una lettera al Sun del 19 aprile, diceva: